Intervista a Bato, Live Painter

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
mercoledì, 22 gennaio 2014

Biografia: Bato nasce nel 1977 a Roma, dove vive e lavora. Si diploma al Liceo Artistico Statale Alberto Savinio di Roma e in seguito consegue la laurea in Lettere e Filosofia presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Bato è già conosciuto nell’ambiente romano per numerose mostre personali e la partecipazione a diverse collettive.

Dopo il liceo hai intrapreso una carriera diversa da quella artistica laureandoti in Lettere e Filosofia. Quando nasce “Bato”?
La mia vita è stata un susseguirsi di scelte che hanno visto come priorità la pittura. C’è stato un momento in cui non riuscivo a liberare la mente dall’ossessione di trovare una mia poetica. Allo stesso tempo l’ambiente artistico che mi circondava non era abbastanza stimolante, o almeno in quel momento ho pensato che non lo fosse. Così mi sono ritrovato a percorrere altre strade che nulla avevano a che vedere con la pittura. Non ne conosco bene la ragione, certe cose accadono e basta. Dopo un paio di anni una serie di eventi sincronici mi hanno nuovamente avvicinato alla ricerca artistica.

Possiamo definire la pittura astratta?
Non credo che si possa parlare proprio di pittura astratta, almeno non come viene generalmente intesa. Le composizioni che realizzo sono strettamente riconducibili alla realtà che mi circonda. La mia produzione pittorica si compone fondamentalmente di due filoni di ricerca. In uno dei quali il rapporto tra il soggetto e la rappresentazione dello stesso è molto evidente, mi riferisco in questo caso alla serie di ritratti, nell’altro invece, che mi piace definire “Ombra Tremula”, la verosimiglianza con il soggetto rappresentato è molto sottile, seppur visibile ad un occhio attento. Nei ritratti il processo di elaborazione è inconscio e si esaurisce nel tempo dell’osservazione, in Ombra Tremula il lavoro che porta alla compiutezza dell’opera è molto più lungo, a volte sono necessari numerosi studi e mesi di “gestazione”.


Quali sono i tuoi riferimenti pittorici?

Non credo di avere dei veri e propri riferimenti pittorici, apprezzo molti artisti e in qualche modo ne vengo sicuramente influenzato, ma non c’è un modello a cui mi ispiro. Per intenderci, non trovo particolarmente “belle” le opere di Kandinsky, ma sono molto affascinato dal processo creativo che ha portato alla genesi delle sue opere. Di Picasso amo il segno, di Boccioni le dinamiche che regolano le sue forme, apprezzo molto il lirismo di Melotti e Licini. Potrei citarne altri, ma in molti casi non so bene cosa le immagini che osservo suscitino in me, penso si tratti di un processo inconscio.

Il tuo rapporto con il Jazz e la pittura dal vivo di musicisci jazz in concerto nasce nel locale Smoker’s Hot Club di San Lorenzo, ci racconti l’atmosfera di quelle serate?
Ricordo che la prima volta che entrai in quel locale pioveva, una formazione jazz manouche stava facendo le prove per il concerto che avrebbe fatto la sera stessa. Mi sedetti al tavolo, ordinai una birra e iniziai, senza pretese, a ritrarre gli strumenti e l’atmosfera. Non so perché, ma quel posto mi affascinò, così iniziai a trascorrere molto delle mie serate in quel locale, barattavo i miei ritratti in cambio di birra e musica. In quel momento mi sembrava l’utilizzo migliore che potessi farne della mia arte. Allora non davo peso a quelle piccole opere, che invece poi hanno caratterizzato una parte importante della mia produzione pittorica e dei miei progetti artistici.

Per i tuoi lavori utilizzi la china e l’acquarello, com’è nata l’idea di utilizzare il caffè?
Iniziai ad utilizzare il caffè per un’esigenza pratica. Solitamente porto con me un piccolo blocco di fogli, una matita e della china nera. Così era anche quando frequentavo lo Smoker’s Hot Club, fin quando il gestore del locale mi propose di aggiungere un colore nei ritratti che realizzavo ai musicisti, decisi quindi di accogliere la sua richiesta ordinando un caffè. Il caffè è un “terra di siena bruciato” bellissimo, un colore che in seguito ho sentito la necessità di simulare utilizzando pigmenti minerali e alchimie che ne potevano riproporre l’intensità e la cromia.

Ci parli del progetto BATO & Smoker’S Hot Club?

Il progetto BATO & Smoker’s Hot Club è nato in maniera del tutto naturale, senza che io me ne rendessi realmente conto. Nel 2007 lo Smoker’s Hot Club chiuse, ma io continuai a seguire i musicisti che avevo conosciuto in quel locale in giro per i diversi Hot Club romani. Così ne conobbi molti altri e le serate in loro compagnia furono sempre più numerose. Ad un certo punto mi ritrovai ad osservare, forse con maggiore attenzione rispetto a quanto avessi fatto fino a quel momento, tutti i ritratti realizzati e percepii che la mia tecnica messa al servizio della ritrattistica poteva divenire il collante tra la musica Jazz e l’arte figurativa. Per chiarirmi questa dinamica avevo bisogno di un po’ di logica, cosa di cui difetto molto. Alessandra, la mia compagna, mi diede un contributo fondamentale in questo senso, così insieme creammo questa piattaforma interdisciplinare.

B L A C – Bato Live Art Connection, andato in scena al Teatro Trastevere nel maggio 2013, è stata la naturale evoluzione del progetto Bato & Smoker’S Hot Club. Com’è nata l’idea di questo spettacolo?
Numerosi incontri con musicisti straordinari e situazioni al limite del surreale che mi sono trovato a vivere mi hanno portato naturalmente allo spettacolo B L A C, con l’intenzione di ricostruire uno spaccato vivido del luogo in cui tutto ebbe inizio. Così, con Alessandra, abbiamo coinvolto molte delle persone che frequentavano lo Smoker’s Hot Club e abbiamo ideato quello che poi è diventato un vero e proprio spettacolo teatrale. L’idea di base era quella di ricreare le atmosfere di quel confortevole rifugio dove bere, disegnare, ascoltare buona musica e stravaganti cantastorie.

Oltre ad una ricerca stilistica ti distingui quindi per la ricerca di un canale alternativo alle gallerie. Da cosa nasce l’esigenza di trovare per la tua espressione artistica “luoghi deputati” diversi da quelli canonici?

Non ti nego che in alcuni momenti vorrei avere la possibilità di accedere ai cosiddetti “luoghi canonici”, mi sentirei più al sicuro. Molto tempo fa mi procurai una mappa di Roma con l’indicazione di tutte le gallerie presenti e attive sul territorio, mi presentai e proposi i miei lavori. In alcuni casi c’era una somma da pagare per esporre le proprie opere, in altre gallerie invece mi venne esplicitamente richiesto di piegare la mia ricerca alle “esigenze di mercato”. Negli ultimi anni poi ricevo continuamente email con le quali vengo invitato a partecipare a svariate e fantasiose iniziative artistiche: mega esposizione collettive, mostre personali, concorsi a premi, biennali e gare di pittura estemporanea. Nella maggior parte dei casi non c’è alcun tipo di selezione, il talento di un artista è valutato in base ad un unico parametro: il pagamento della tariffa prestabilita, e questo la dice lunga sulla qualità delle iniziative artistiche proposte. Il mio contributo, economico e spirituale, è nell’opera stessa e nella ricerca che porta alla sua genesi. Ma nonostante le esperienze sconfortanti appena descritte, nutro ancora la speranza di incontrare qualcuno che creda nel mio lavoro e che investa le proprie risorse per promuovere la mia arte. E ad essere onesto, lungo il mio percorso ho conosciuto una persona sinceramente interessata alla mia arte, si tratta di Claudio Cremonesi, oserei definirlo un “sognatore”. Forse è il momento storico che impone questo sistema, ma non voglio che diventi un mio problema. Quindi ad un certo punto ho deciso di intraprendere iniziative autonome, libere da queste dinamiche. In questa direzione a me e ad Alessandra è sembrato del tutto naturale utilizzare il crowdfunding per finanziare lo spettacolo B L A C, si tratta infatti di un processo meritocratico, in cui la qualità del progetto è centrale.

Dal 9 novembre al 4 dicembre 2013 hai esposto presso La Maison des Artistes, a Roma, la raccolta Nudi Femminili. È un modo per riavvicinarti ad un pubblico diverso da quello del Jazz, l’inizio di una nuova fase della tua produzione artistica?
In verità la serie di Nudi Femminili recentemente esposta presso La Maison des Artistes contiene opere realizzate dal 1998 al 2006, non si tratta quindi di opere recenti. Io ho iniziato a disegnare fin da piccolo, per cui la quantità di schizzi, studi e opere è tale che ogni tanto trovo naturale fare ordine tra i miei lavori e raggrupparli per temi. La produzione delle opere è spesso casuale e inconscia, solo in un secondo momento riesco a rintracciarne il filo conduttore. Di solito cerco di non piegare la mia arte ad un meccanismo di tipo causale.

Quali progetti hai in serbo per il 2014?
Amo molto le performance di pittura dal vivo, e quindi vorrei sicuramente continuare in questa direzione. Mi piacerebbe molto poter replicare B L A C, magari adattandolo ad una formazione di jazz classico, e sarei altrettanto felice di riuscire a realizzare un catalogo edito che raccolga tutti i ritratti di musicisti realizzati dal 2006 ad oggi. Per il resto, ho un’infinità di materiale che sto riorganizzando e trattando in maniera diversa da quello della ritrattistica. Materiale che ha bisogno di spazi espositivi “canonici” dove il lirismo del segno, del colore e della composizione abbiano il tempo di essere compresi e apprezzati.