Intervista a Fuoco Sacro

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
giovedì, 20 dicembre 2012

Incontro i Fuoco Sacro (ovvero Alessandro Formica e Rossella Celati) durante un pomeriggio piovoso in un locale al pigneto. Sorseggiando un thè caldo nasce questa intervista in cui Alessandro e Rossella si raccontano in perfetta sintonia, spesso parlando insieme o completando l’uno le frasi dell’altra, e mi trasmettendomi tutta la passione per un mestiere così bello ma difficile.

Che cos’è Fuoco Sacro e quando nasce?

Fuoco Sacro, quantomeno per come lo intendiamo noi, è in primo luogo una necessità, un’urgenza di comunicare tutto ciò che venga generato da situazioni e fatti della vita reale, attraverso l’arte scenica in senso lato.

Fuoco Sacro è nato così, dalla voglia di creare un collettivo, un nucleo artistico che potesse unire attitudini individuali, all’insegna di quella urgenza di comunicazione e di dialogo scenico che, infatti, si è soliti in gergo definire “fuoco sacro”. Volevamo che sin dal nome fosse percepibile questa nostro “stato di necessità”, di fermento.

Il progetto Fuoco Sacro è molto giovane; risale al febbraio 2012 (anche se il nostro studio su “Rossella è iniziato nel 2011), quando durante l’ultimo anno di accademia (la Link Academy), ci siamo resi conto che tutto quello che avevamo imparato, le esperienze che avevamo fatto, avevano letteralmente acceso qualcosa che, inspiegabilmente, avvicinava profondamente le sensibilità di entrambi. Una sorta di sinergia. Spinti a prendere carta e penna, “fantasticavamo” insieme su un possibile corso finiti gli studi. Ci siamo ritrovati a buttare giù qualche riga, fare qualche improvvisazione insieme, credevamo finisse lì. Poi invece le prove, i mesi di studio, i festival, ecc.

ALESSANDRO FORMICA: E’ divertente pensare quanto ogni giorno cerchiamo di contenere l’uno la foga e l’entusiasmo dell’altro. Crediamo nell’importanza del dialogo. Soprattutto nel nostro mestiere. Il nostro connubio ne è un esempio.

Chi è Fuoco Sacro?

Fuoco Sacro è in primis Rossella Celati e Alessandro Formica, perché nostra è stata l’idea di dar vita a questo “embrione”; tuttavia parlavamo prima di collettivo artistico perché questo è il nostro fine ultimo. E’ nostra prerogativa, infatti, costituire un punto di riferimento per artisti di ogni campo. “Dietro le quinte” di Fuoco Sacro ci sono fotografi, videomaker, attori, cantanti, curatori, ecc. Siamo sempre alla ricerca di sodalizi. In particolar modo con giovani artisti come noi.

ROSSELLA CELATI: Sarebbe molto bello riuscire a formare una compagnia a tutti gli effetti. Per noi è fondamentale, però, che tutti quelli con cui collaboriamo condividano questo nostro fuoco. Che facciano questo per rispondere ad una esigenza e non per superficialità. Io e Alessandro siamo entrambi attori, ma prima di tutto fruitori di teatro, cinema, mostre, concerti e quindi interessati a tutte le forme d’arte. Nel nostro progetto Rossella è stato lui ad assumere il ruolo di regista. La nostra è comunque sempre un’idea di regia aperta. Lui mi guidava da fuori per consentire al personaggio di crescere e diventare sempre più vero. E’ stato, infine, il nostro lavoro di ricerca, le mie proposte, le mie scoperte nell’approcciarmi al ruolo e alle situazioni che ha fatto sì che il tutto prendesse forma, colore...

ALESSANDRO FORMICA: Credo profondamente nell’efficacia della Maieutica e nell’importanza di una collaborazione tra le più parti. Mi piace pensare al drammaturgo, all’attore e al regista come ad una sorta di “Trinità del Teatro”: Padre, Figlio e Spirito Santo del Teatro. E’ essenziale, di conseguenza che i tre siano ossa e carne della stessa figura. Fantascienza? Tentar non nuoce...

ROSSELLA CELATI: Tra di noi non esistono ruoli stabiliti. Se uno dei due pensa ad una situazione che gli piacerebbe trattare, ne parliamo e il modo per renderla viva sulla scena lo troviamo insieme… Amiamo scrivere. Nella drammaturgia di Rossella, Alessandro ha curato “l’ossatura” del testo, io ho curato le parti in napoletano, il mio dialetto. Ho cercato di far riecheggiare nelle parole del mio personaggio luoghi e modi di dire che realmente appartengono alla mia terra. Un tocco di partenopeo, alla ricerca di maggiore autenticità… Rossella parla di mondi che, in fin dei conti, anche se con nomi diversi, possono essere vicini a tutti indistintamente...

ALESSANDRO FORMICA: Il nostro è sempre un lavoro estremamente complementare, svolto alla ricerca e all’insegna di una poetica che conservi, comunque, le nostre identità artistiche tanto distinte quanto amalgamate e indissolubili. Crediamo nell’importanza del dialogo, non ci stancheremo mai di dirlo; un evidente fattore di crisi nell’ambiente dello spettacolo è la mancanza di dialogo, di confronto, di scambio. Spesso, persino tra attori della stessa compagnia o attore e regista è sempre più difficile instaurare un clima di mutuale crescita artistica. L’individualità è l’indispensabile tassello del puzzle. L’individualismo è la morte dell’arte scenica.

Qual è il vostro metodo di lavoro?

ROSSELLA CELATI: Il lavoro, come dicevo, nasce sempre da un’idea, da qualcosa che ci piacerebbe riuscire a comunicare. Nel prossimo progetto, cui inizieremo a lavorare a gennaio, la drammaturgia (in gara al premio di drammaturgia contemporanea Golosa-mente 2013) è stata già scritta da Alessandro ma, a parte la prima lettura a tavolino, non apriremo il testo subito, poiché il nostro lavoro, la nostra ricerca inizia sempre dal corpo, dalla fisicità dei personaggi: dalle loro “azioni fisiche”, dalle loro urgenze, da “quello” che fanno e da “come” lo fanno..sarà poi questo a generare quello che dicono e il perché...

ALESSANDRO FORMICA: Credo che non vi sia cosa più fastidiosa di un attore che millanti e finga in scena sentimenti, spremendosi fino all’esaurimento, pantomimando sempre baci alla Casablanca. I nostri maestri, per fortuna, ci hanno abituato a cercare e ricercare l’organicità nel lavoro, perché sarà quella e solo quella a commuovere il pubblico, a farlo gioire, a trasmettergli la qualunque. Temo che oggigiorno si stia cercando sempre più di “fictionizzare” il teatro, di avvicinarlo alla pellicola o al piccolo schermo. Con questo tengo a precisare: io in primis sono un patito di serie televisive come Grey’s Anatomy (ride) ma quel modo di approcciarsi alla recitazione è nato per rimanere lì, in quel “contenitore”. La pellicola deve cercare di coinvolgere la tua mente, la tua immaginazione; il teatro dovrebbe puntare alla “pancia”, alle viscere, alla tua interiorità… Sono convinto che chi vada a teatro non sia in cerca di divi televisivi né di pietismi da “Telefoni bianchi” ma che, piuttosto, voglia tornare a vedere cose concrete, nude, scoperchiate, smascherate. Almeno mi auguro…

Il vostro primo lavoro si chiama “Rossella” e fa parte della Trilogia dei Nomi, di cosa si tratta?

Rossella è un corto teatrale che racconta la storia di un’attrice che non vuole più fare l’attrice. La storia è un pretesto per attuare un’indagine sul concetto di normalità, cosa è normale? Cosa non lo è?

ROSSELLA CELATI: Echi pirandelliani, in una performance meta-teatrale (non è certo un caso che mi chiami come il personaggio che interpreto) e anche di un teatro più moderno e avanguardista. Una storia che apparentemente può sembrare una come tante, poco originale. In effetti noi più che un’originalità ricerchiamo un’ intensità, una forza nel racconto e nella messa in scena, che possano scuotere lo spettatore e fargli sentire che sta guardando qualcosa di vero... Rossella è il primo capitolo de La Trilogia dei Nomi, tre monologhi e così come gli altri due personaggi, Mimosa ed Andrea, il mio personaggio vive ai margini; pur essendo un’attrice di successo, non si sente a suo agio in una società che funziona in un certo modo e in una vita che lei stessa ha vissuto, ma nella quale continua a non riconoscersi. Allora vorrebbe fare qualcosa, forse cambiare o forse tornare ad essere quella di una volta… è certo in questo suo stato di crisi profonda che i ricordi e le immagini assumono un colore tanto crudo quanto profondo. Come accade nella vita reale, del resto.

Come si è evoluto Rossella e quali spunti avete raccolto dai vari spettacoli messi in scena?

Rossella, sebbene nasca come un corto teatrale canonico, sin dal principio ci siamo resi conto che tanto il linguaggio quanto la fisicità che mano a mano venivano a galla, conferivano al lavoro connotati molteplici; siamo partiti da un monologo teatrale “classico” e lo abbiamo visto maturare in una direzione tipica del teatro performativo, grottesco.

ALESSANDRO FORMICA: Oltre tutto, per noi è comunque fondamentale andare oltre gli “automatismi quotidiani”. Siamo contrari al teatro-cinema, alla “naturalezza da caffetteria”. Ogni azione, ogni gesto deve raccontare qualcosa in più di quanto già faccia il cliché sociale.
La prima messa in scena è avvenuta nel giugno 2012 al festival di Catania “Teatri riflessi. Da quel momento in poi il corto ha subito di replica in replica profonde modifiche, nutrendosi e accordandosi ogni volta agli spunti che il pubblico stesso, in regioni e spazi diversi, è stato in grado di comunicarci all’interno di quel magico “dialogo muto”; la più grande delle nostre aspirazioni. Molti c’hanno detto quanto Rossella sia un corto insolito perché stracolmo di “tanta roba”. In un corto di venti minuti non potevamo permetterci di sprecare neppure trenta secondi ed è sempre nostra abitudine concedere tutto, non risparmiare nulla di quello che sentiamo di dover dire. E’ senza dubbio questa un’altra “controindicazione” nel bugiardino di Fuoco Sacro…

ROSSELLA CELATI: Lo spettacolo piaceva molto agli spettatori, soprattutto ad un pubblico giovane, ma ci rendevamo conto che mancava qualcosa. Abbiamo replicato ancora una volta al Teatro Lo Spazio di Roma, all’interno di un festival, ancora una volta erano i giovani ad apprezzare particolarmente il nostro lavoro. Abbiamo cercato di capire come continuare, in modo tale da poterlo rendere fruibile ad un pubblico più vasto. Non abbiamo la pretesa di piacere a tutti, ma cerchiamo di migliorarci in ogni messa in scena perché per noi è importante che il nostro messaggio arrivi ad una larga fetta di spettatori.

ALESSANDRO FORMICA: Viviamo in un’epoca in cui, oltre all’ansia di prospettiva e di guadagno, regna lo spasimo per l’originalità. Sembra che quello che non risulti originale non sia degno di esistere perché già visto, già detto. Io nel mio lavoro e, soprattutto, in tutto quello che scrivo, non parto mai dalla pretesa di essere originale o innovativo; cerco, piuttosto, di ricercare e approfondire l’origine delle cose, delle situazioni e non il loro effetto sorpresa o la loro stravaganza. Anche perché, quello che per uno risulta originale, ad un altro potrà sembrare banale e viceversa. L’origine, invece, è qualcosa che sta lì e che, una volta sviscerata, sarà uguale agli occhi di tutti. E’ sempre il solito discorso: dei tre porcellini si salvò solo la casa rustica in mattoncini; le altre, ultra elaborate, caddero al primo soffio. La mia non è presunzione ma speranza.

ROSSELLA CELATI: La svolta per il nostro corto, Rossella è arrivata nella messa in scena dell’ottobre scorso, all’ArtGarage di Pozzuoli, all’interno della rassegna d’arte contemporanea Visioni interiori. Abbiamo inspiegabilmente sentito il bisogno di abbattere totalmente la quarta parete, rendendo il corto una performance di diretta interazione con il pubblico.

ALESSANDRO FORMICA: Questo fa sì che ogni sera accada qualcosa di diverso, qualcosa di irripetibile e imprevedibile. L’hic et nunc è, senza dubbio, qualcosa che può far molta paura, soprattutto ad un attore che per mesi prova e riprova un percorso stabilito; ma non vi è, probabilmente, nessuna ricompensa più grande del sentire palpitanti e vive, parole e azioni che nascono, in realtà, su un foglio di carta e in una sala prove umida.


E i vostri prossimi progetti?

ROSSELLA CELATI: Abbiamo deciso, per il momento, di mettere “a riposo” la Trilogia dei Nomi, anche se la drammaturgia di Mimosa (secondo capitolo della Trilogia) prosegue a gonfie vele e confluirà, speriamo, in un spettacolo la prossima estate. In realtà, abbiamo preferito dare ascolto ad un progetto che picchiava con più urgenza: i Pupa. I nostri lavori nascono sempre da una necessità impellente e crediamo che, vista anche la situazione economico-sociale in cui si trova il nostro paese, questo progetto non potesse attendere.

ALESSANDRO FORMICA: i Pupa è uno spettacolo di satira grottesca. Tre stereotipi di donna (la Politica, la Depressa e la Figa) che, ritrovandosi ad interagire e a discutere nel medesimo non-luogo (limbo amniotico, nel nostro gergo), sul medesimo “scaffale”, attendono l’arrivo e la considerazione di un tale che sembra essere l’unico in grado di esaudire il loro più grande sogno comune: cambiare vita nettamente. Tra alterchi comici, confessioni melancoliche e rivelazioni intime, il tempo sembra non avere mai fine finché, finalmente, qualcosa accade; qualcosa di inaspettato che, effettivamente, darà sì risposta alle loro inquietudini ma farà anche, una volta per tutte, luce sulla loro vera condizione esistenziale. Lo spettacolo sarà completo per il prossimo febbraio e, da lì in poi, speriamo di riuscire a metterlo in scena quanto più possibile. Il progetto vedrà me alla regia e Rossella attrice insieme a Rachele Minelli e Sara Pantaleo.

Iter dalle prove al palco: cosa significa voler intraprendere il mestiere dell’attore oggi e quali sono i canali per farsi conoscere?

ROSSELLA CELATI: E’ una domanda che ci tocca particolarmente, alla quale rispondiamo, specialmente in un paese come il nostro, con un sorriso speranzoso e amaro nello stesso tempo. Oggi siamo in tanti a decidere di intraprendere questo mestiere, ma ognuno lo fa in maniera diversa. Non ci soffermeremo su chi insegue sogni di vanagloria o accede al piccolo e al grande schermo senza alcuna competenza artistico-tecnica. Preferiamo, piuttosto, parlare di chi, come noi, ha deciso e decide di dedicare la propria esistenza al raggiungimento di qualcosa... qualcosa che è lì e che noi riusciamo a vedere, perché siamo legati a quel qualcosa da un filo tesissimo e quindi dobbiamo tirare questo filo lentamente e con grande fatica. Questa metafora si traduce, praticamente, in un continuo lavoro mentale e fisico per la creazione e la realizzazione di qualsiasi progetto decidiamo di portare avanti.

ALESSANDRO FORMICA: Questo mestiere, in fin dei conti, non può ritenersi ultimato qualora sopraggiunga la “promozione di grado” o “l’assegnamento della cattedra”. E’ senza dubbio una scelta di dedizione, volontà e coraggio che ha a che vedere con un profondo senso di insoddisfazione e lacuna interiore che cerca continuamente di manifestarsi. Senti di doverlo fare. Siamo in tanti e nessuno è indispensabile ma ciò non significa che ognuno di noi abbia da dire, fare e cercare le stesse cose. L’arte scenica è una religione, una fede, un culto e in quanto tale richiede una profonda disciplina e, soprattutto, una concreta preparazione tecnica. Altrimenti le si manca di rispetto e nessuno mancherebbe di rispetto a Dio se se lo ritrovasse come “datore di lavoro”...

ROSSELLA CELATI: Siamo attori giovani ed emergenti, ma frequentiamo il teatro da molti anni, tanti quanto bastano per capire che il bisogno di un rinnovamento non è solo una leggenda metropolitana o una lamentela populista…

ALESSANDRO FORMICA: E’ anche vero che la maggioranza del pubblico, suo malgrado, non sa che tante compagnie e nuclei artistici indipendenti come il nostro, cerchino comunque con fatica di comunicare proposte che vadano contro il trito e ritrito “divismo televisivo” o il “gusto vittoriano” che regna in cartellone. L’Italia, soprattutto l’Italia dei giovani, vuole cambiare; l’ultimo biennio, in particolar modo, ha visto l’affermarsi di valide manifestazioni culturali all’insegna di una rivendicazione dell’arte libera… Ci auguriamo che chi abbia letto queste parole creda nell’importanza, nella bellezza e nella necessità di questo fermento, di questa urgenza, tanto quanto ci crediamo noi.