Intervista a Gianni Guardigli, Drammaturgo

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 03 febbraio 2014

Biografia: Gianni Guardigli nasce a Forlì e si trasferisce a Roma nella seconda metà degli anni ’80, dove comincia a lavorare nel giornalismo e a scrivere per il teatro. Nel 1991 vince il Premio Articoli Corrado con Parole scritte in cartolina, nel 1995 riceve la segnalazione al Premio Riccione con Eriennerung e, nel 1997, al Premio Idi con Sotto Berlino. Nel 2000 vince il Premio Flaiano con Le luci di Algeri. E’ rappresentato anche in Germania, Francia, Svizzera, Svezia, Polonia, adatta per il teatro romanzi di Thomas Bernhard, Antonio Tabucchi, Abraham B. Yehoshua, Maksim Gorkij e ultimamente trasduce Arthur Schnitzler. Firma complessivamente, ad oggi, sette regie teatrali.

La tua carriera ha inizio con Parole scritte in cartolina, messo in scena al Teatro Due di Roma e vincitore del Premio Anticoli Corrado nel 1991. Quando nasce la tua passione per la drammaturgia e quando hai deciso di farne un mestiere?
La passione per il teatro nasce ai tempi dell’università a Bologna. In quegli anni c’era un notevole fermento culturale che faceva quasi intendere che il mondo sarebbe cambiato in meglio. Le disillusioni seguite al baratro culturale in cui il nostro paese è sprofondato hanno rafforzato l’esigenza dell’impegno inteso come “ resistenza civile” . Penso sia questo il motivo per cui ho scelto un mestiere che in Italia non viene considerato tale.

Come nascono i tuoi testi e come coniughi l’atto creativo alle esigenze di mercato?
Non mi pongo mai il problema razionale di correre dietro al mercato. Seguo una specie di istinto che guida le mie scelte artistiche. Oppure scrivo su commissione e cerco di filtrare con la mia sensibilità le istanze o le idee scaturite in altri contesti. Ci tengo a ripetere comunque che l’esigenza che mi fa partire è ormai quasi sempre l’osservazione dell’ oggigiorno. Come si fa a non parlare della grottesca situazione in cui galleggiamo e che gran parte dei nostri connazionali sembrano non riconoscere.

I tuoi primi testi si ispirano quasi sempre a fatti di cronaca e avvenimenti storici oppure offrono riflessioni di carattere spirituale o ideologico. Perché hai scelto di fare un teatro impegnato abbracciando tematiche importanti?
Penso che “fare il drammaturgo” non debba prescindere dall’osservazione dei drammi esistenziali e dallo scavo all’interno dell’umano. Quindi le tematiche si affacciano e si propongono alla nostra attenzione alcune volte quasi con timidezza altre volte con estrema determinazione. Quando un argomento bussa più e più volte allora scatta la necessità.

I tuoi testi sono stati messi in scena da numerosi registi. Ci spieghi il rapporto tra il drammaturgo e il regista? Partecipi mai alle prove e alla messa in scena dello spettacolo?
Ogni rapporto ha una storia a se stante. Io devo ammettere di essere stato abbastanza fortunato. Spesso i miei rapporti con i registi che hanno messo in scena una mia opera non si sono fermati all’episodio isolato, ma sono cresciuti e le collaborazioni si sono ripetute. Sembra strano, ma, nonostante il fatto che io stesso abbia firmato la regia di diversi allestimenti, posso affermare che preferisco affidare le mie opere a “ registi puri” assumendomi con serenità i rischi che ne possono derivare.

Nel 2013 hai scritto e messo in scena Maria Stunata, Malìa, Se mi avessero detto e MACBETH DOWNTOWN (urban tragedy), tutti testi che, attraverso l’uso di gag, giochi linguistici e situazioni grottesche, offrono una critica pungente al vivere contemporaneo. Esiste un filo conduttore tra questi lavori? Che tipo di “messaggio” dai al tuo pubblico?
Non mi piace confezionare messaggi, ma sento, ora più che mai, il desiderio di “ fare il punto” sul mondo che abito. Il filo conduttore che si snoda fra le pagine di queste mie ultime opere è il cercare di capire perché e come siamo scesi così tanto sott’acqua. Per carattere, poi, non riesco a fare a meno dei filtri dell’ironia e, soprattutto, dell’autoironia. Autori del recente passato che siedono a pieno titolo sulla cattedra dei maestri hanno ripetuto fino alla nausea che commedia e tragedia si fondono e camminano insieme durante il viaggio della vita.

Trovi che dagli Anni ’90 ad oggi il panorama teatrale italiano sia molto mutato?
E’ peggiorato esattamente come è peggiorata l’intera impalcatura della cultura italiana. Vacilla al punto da stupirsi come questo paese si mantenga ancora in piedi. Quando coloro che reggono uno Stato sentono in maniera così evidente il fastidio per tutto ciò che alimenta il pensiero non ci si può aspettare bel tempo all’orizzonte. Credimi, dico tutto questo con molta tristezza.

Hai mai pensato di scrivere anche per la televisione o per il cinema?
L’ho fatto per singoli progetti e probabilmente lo rifarò, ma la cifra artistica che si adatta maggiormente alle mie corde è la scrittura per il teatro di prosa.

I tuoi lavori hanno vinto numerosi premi e riconoscimenti, sono stati rappresentati più volte e sono stati oggetto di letture drammatizzate in paesi quali Germania, Polonia e Repubblica Ceca. A quale lavoro sei più legato?
Ogni mia opera è legata a un periodo della mia vita, quindi sono affezionato un po’ a tutte, anche se, lo devo riconoscere, alcuni lavori mi hanno gratificato più di altri. Credo che i testi miei più significativi siano Le luci di Algeri, Erinnerung, Sotto Berlino, Malìa, non perché siano più riusciti degli altri, ma perché hanno impresso importanti svolte stilistiche al mio percorso d’autore.

Dopo un 2013 così produttivo cosa hai in serbo per il 2014?
Ci saranno delle riprese di lavori che sono già andati in scena e sto scrivendo un nuovo testo, ma, per scaramanzia, preferisco sorvolare sul racconto dei particolari.