Intervista a Laura Caparrotti, Attrice e Direttore Artistico

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 11 novembre 2013

Biografia: Nata a Roma, Laura Caparrotti è laureata in Storia del Teatro e dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha studiato recitazione e scrittura teatrale con Dario Fo (Nobel Prize per la Letteratura 1997), Annie Girardot e molti altri. Laura ha recitato, diretto e prodotto in Italia e negli Stati Uniti, dove nell’anno 2000 ha fondato la KIT-Kairos Italy Theater Inc., una compagnia dedicata totalmente a diffondere la cultura italiana nel mondo. Oltre a proporre teatro in Italiano e in Inglese e a insegnare corsi di Italiano&Teatro a grandi e piccini, Laura è la rappresentante della Famiglia De Curtis e di Toto’ in America ed è la dialect-coach per la serie televisiva prodotta da Martin Scorsese Boardwalk Empire. Inoltre, Laura Caparrotti è corrispondente di varie pubblicazioni in Italia e negli Stati Uniti e viene spesso invitata a tenere conferenze sul cinema e il teatro in Italia. Laura è anche la fondatrice e direttrice artistica di IN Scena! Italian Theater festival NY, il primo festival di teatro italiano ad avere luogo in tutti i cinque distretti di New York. Laura è inoltre una dei fondatori del World Wide Lab, un collettivo di dodici registi di otto paesi diversi, è membro della League of Professional Theater Women, del Directors and Coreographers Society e del Directors Lab at Lincoln Center.

Incontro Laura Caparrotti presso la prestigiosa sede dell’Istituto Italiano di Cultura, un riferimento per tutti gli italiani che vivono a New York e sede dell’itinerante In Scena! Italian Theatre Festival NY, il
 Festival 
di
 Teatro Italiano nato in occasione dell’Anno 
della
 Cultura
 Italiana
 
negli
 Stati 
Uniti di cui Laura è Direttore Artistico. Parlare con Laura non è semplice: attori, attrici, colleghi e ammiratori la cercano continuamente per gli ultimi consigli sullo spettacolo che sta per iniziare o semplicemente per un saluto. Mentre Laura introduce lo spettacolo mi rendo conto di come qui, a New York, tra artisti e pubblico ci sia un feeling diverso che la stessa Laura ci racconta attravero questa intervista.

Laura, dopo la laurea in Discipline dello Spettacolo presso l’Università La Sapienza di Roma hai iniziato a lavorare prestissimo con importanti maestri quali Dario Fo, Eugenio Barba, Peter Brook e Peter Stein. Ci racconti come è iniziata la tua carriera e quando hai deciso di fare del Teatro il tuo mestiere?
Racconto sempre di aver iniziato nella culla. Da quanto so e ricordo, sono sempre stata affascinata dal fare teatro. Da piccola mi intrattenevo per ore da sola a giocare con cento amici invisibili, creavo storie, viaggiavo in luoghi incredibili, piangevo e ridevo con loro. Poi, quando venivano amici dei miei a casa, costringevo tutti ad assistere a spettacolini che io mettevo su insieme a colei che e’ ancora la mia migliore amica, Natalia, la quale non era invece entusiasta come me, ma mi seguiva. A parte un episodio che racconto troppo – mia madre mi sentì piangere, accorse preoccupata e mi trovò a provare pianto e riso davanti ad uno specchio-, ricordo che andavo al giradischi dei miei, mettevo su le musiche che più mi piacevano e improvvisavo una coreografia che era uno spettacolo vero e proprio, perché cantavo, ballavo e recitavo.

Nonostante esperienze professionali molto importanti, ricordiamo che hai recitato anche con Mario Carotenuto e Giancarlo Cobelli, hai sentito l’esigenza di lasciare l’Italia per vivere appieno questo mestiere affacciandoti nella realtà di un altro paese. Perché proprio New York?
Perché ci arrivai per la prima volta nel 1993, per studiare danza e inglese. Tre settimane appena che sono servite a farmi innamorare di questa città. Non pensavo di trasferirmi… allora…

Dopo tre anni di spola tra l’Italia e New York, nel 1996 hai deciso di stabilirti per un periodo di nove mesi nella Grande Mela. Nove mesi che sono diventati 17 anni. Ci racconti della tua esperienza presso il “The Kitchen”?
Ecco, appunto, dopo tre anni, decisi che mi ero stufata del mondo teatrale italiano (dopo aver subito qualche spiacevole avventura) e venni a rifugiarmi nella mia città. I miei genitori, persone indubbiamente speciali che hanno sempre pensato alla mia felicità innanzitutto, mi hanno incoraggiato. E sono arrivata al the Kitchen, uno dei templi, allora, della sperimentazione. La prima cosa che feci fu recitare (si fa per dire) in una compagnia giapponese, gli OM2, che si esibivano in teatro. Esperienza unica! Fare il mimo in una compagnia dove non hai possibilità di comunicare con la maggior parte degli artisti se non con i gesti e’ stato fantastico e altamente educativo. Al the Kitchen si è creata, nei pochi anni in cui ci ho lavorato, una famiglia con cui sono ancora in contatto. Anzi, proprio in questi giorni stavamo ricordando i vari Gala con Lou Reed, marito di Laurie Anderson che faceva parte del comitato direttivo del Kitchen. Bei tempi che non potrebbero tornare perché quell’avanguardia newyorkese, che veniva direttamente da Warhol per intenderci, non esiste più.

A New York ti sei messa in gioco anche come produttrice e imprenditrice. Una scelta nata dalla “possibilità” di crescere all’interno dell’ambiente teatrale e non dalla “necessità” di re-inventare un mestiere in crisi. Trovi che ci siano molte differenze tra fare Teatro in Italia e fare Teatro negli USA?
Assolutamente si. Da una parte, in America il teatro è business, l’arte serve, per fare soldi, ma anche per migliorare le menti di chi fa soldi. E’ un valore aggiunto necessario. Da noi, ahimè, non lo è. E noi abbiamo talenti bellissimi ed io, personalmente, trovo il teatro italiano più interessante di quello americano… solo che non lo valorizziamo, non ci interessa che funzioni, non è parte integrante della crescita di una persona, come succede qui. Sicuramente non è un business, anzi! Insomma, se si potesse combinare la creatività italiana con il fare business americano, avremmo forse il teatro perfetto! Questo non vuol dire che non si vedano spettacoli validi a NY, ce ne sono e godono di una libertà creativa e della bravura eccezionale degli artisti, che qui sono veramente bravi tutti.

Cosa ci dici invece del rapporto con il pubblico?
Il pubblico in America va a teatro. Non esistono abbonamenti, c’e’ una grandissima offerta di sconti, di facilitazioni, di eventi che fanno inevitabilmente riempire i teatri. Anche quelli piccoli. Il pubblico è felice di seguire, di sostenere, di partecipare. Da quando esistiamo come compagnia di teatro italiano a New York il nostro pubblico e’ cresciuto in maniera esponenziale, abbiamo rapporti con scuole di italiano e di teatro, abbiamo ammiratori che ci presentano altri futuri ammiratori. E’ un pubblico attivo, se cosi si può dire. A Roma, in Italia, ho come l’impressione che il pubblico sia più di chiamata, faccia parte della cerchia degli attori e del regista, a volte, o del teatro, in altri casi. Con l’eccezione ovviamente dei pochi grandi nomi che attirano la massa.

Il tuo legame con l’Italia è un legame forte, al punto che negli anni sei diventata promotrice della Cultura Italiana a New York attraverso numerosi eventi . Nel 2013 hai dato vita a “IN SCENA! ITALIAN THEATRE FESTIVAL NY” presso importanti sedi quali Casa Italiana Zerilli-Marimò, Italian Cultural Institute e numerose altre coinvolgendo tutti i cinque borough di New York. Come è nato questo progetto?
Diciamo che la mia mente non si ferma mai e che mi viene in mente almeno un progetto al giorno. Ovviamente non posso mettere in pratica tutto quello che mi viene in mente, ma ho imparato ad ascoltare con attenzione i progetti che mi rimangono dentro per lungo tempo. Quello di fare un festival di teatro Italiano, che non esiste, in tutti i cinque distretti di New York, cosa mai successa prima, mi convinceva molto. Lo sprint finale al coraggio di mettere in pratica questo sogno lo ha dato il 2013 anno della cultura italiana. Mi sono detta ‘ora o mai più’ e in pochi mesi, con il preziosissimo aiuto della mia collaboratrice Donatella Codonesu e dei direttori di Mare Nostrum Elements Nicola Iervasi e Kevin Albert, il sostegno di istituzioni, teatri, organizzazioni siamo riusciti a varare questa bella barca che speriamo continui a veleggiare, portando il teatro italiano in giro per i mari del mondo.

Da molti anni sei la rappresentante dell’immagine di Totò all’estero. Com’è nata la collaborazione con la famiglia De Curtis?
Quando mi sono trasferita a New York ho iniziato a collaborare con l’Istituto Italiano di Cultura. L’allora attaché culturale, Martin Stiglio, mi parlò di un progetto che voleva portare i film di Toto’ in turne’ all’estero. Io che sono una grandissima fan di Toto’ mi offrii di curare una eventuale mostra sulla carriera di Toto’. Così fu; conobbi Liliana, la figlia di Toto’, e Diana, la nipote di Toto’, e da allora ho cominciato questo viaggio infinito e bellissimo con il mio artista preferito. Dico artista, perché Toto’ non era solo un attore comico. Era uno scrittore, un poeta, un compositore, un pensatore. Insieme abbiamo girato un po’ di mondo e spero continueremo. Il pubblico accoglie Toto’ sempre con grande entusiasmo, anche quando non lo conosce. La sua fisicità parla meglio di qualsiasi parola, le sue pause, le sue facce, la sua energia fanno miracoli. Ho conosciuto, negli anni, ammiratori fedeli che lo avevano scoperto da poco e che lo adoravano, persone che lo avevano sempre con loro e che lo consideravano uno di famiglia e persino tanta gente sparse per il mondo che lo avevano conosciuto. Ripeto, un vero e proprio miracolo, come solo Toto’ sa fare.

Il Kairos Italy Theatre è un punto di riferimento per molti attori italiani che vivono o sognano di vivere a New York. Qual è il tuo rapporto con i giovani attori? Cosa consigli a chi volesse far del Teatro il proprio mestiere oggi?
Molti anni fa, agli inizi della mia carriera, ricordo che Franca Rame mi chiese perché volevo fare l’attrice e aggiunse che era un lavoro estenuante, dove stavi sempre ad aspettare una telefonata. Oggi quando un giovane attore viene a chiedere consigli o di poter lavorare con la KIT, io lo incoraggio e anzi, se posso lo accolgo a braccia aperte in compagnia. In questo momento, ad esempio, stiamo provando “La Mandragola” di Macchiavelli. E’ il primo progetto di una serie dedicata ai grandi classici, poco visti sul palcoscenico. Questi testi li portiamo in scena con la YoungKIT, la compagnia giovane della KIT. I ragazzi sono tutti bravissimi, parlano molte lingue ed è un piacere lavorare con loro perché hanno l’entusiasmo giusto, quello vivo, quello che dovrebbe essere sempre presente quando si fa teatro. Il mio consiglio, dunque, sono fate teatro, fatelo davvero, puntando alla qualità, al rispetto e all’amore per il pubblico. Fatelo, sapendo che state facendo il mestiere più bello del mondo!