Intervista a Leonardo Pallenberg, Filmmaker

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
martedì, 17 dicembre 2013

Biografia: Nato a Roma nel 1982 da famiglia per metà tedesca e metà ungherese, dopo gli studi classici, Leonardo Pallenberg si è specializzato a Roma presso l’Istituto Europeo di Design nel corso di Digital & Virtual Design. Tra il 2007 ed il 2011 ha vissuto e lavorato in città come Londra, Francoforte e Roma approdando poi a New York dove ha seguito un corso intensivo di Filmmaking presso la New York Film Academy. Attraverso l'esperienza ottenuta sul campo negli anni trascorsi, e grazie alle nozioni imparate dagli studi, Leonardo ha affinato le sue competenze di Direttore della Fotografia ed Operatore di Camera ottenendo di lavorare su progetti importanti e raggiungendo traguardi professionali di riguardo. Tra i crediti si aggiungono una selezione ufficiale al Tribeca Film Festival per il documentario The Director prodotto da James Franco ed una per il Cannes-Lion Festival of Creativity 2013 con uno spot per l'AT&T.

Leonardo, tu hai studiato presso lo IED (Istituto Europeo di Design), come ti sei inserito nel mercato del lavoro italiano?
Dopo lo IED mi sono inserito subito in una web-tv istituzionale chiamata Sherpa TV, di proprietà di Claudio Velardi, con sede a Palazzo Grazioli a Roma. Con loro sono rimasto 9 mesi, in cui ho avuto modo di avvicinarmi maggiormente al mondo delle videocamere professionali. Nel frattempo ho sempre cercato di pubblicizzarmi al meglio, optando per un sito personale e caricando il mio Curriculum sui maggiori siti di annunci lavorativi nel mio settore. Grazie ad essi e grazie anche ai soliti giri di amicizie e passaparola sono approdato ai diversi clienti per cui ho lavorato in Italia (tra cui un progetto per la Nokia e per il canale Boing).

Nel 2007 hai iniziato a dividerti tra Gran Bretannia, Germania e Italia. Viaggiare è stata una scelta o una necessità?
Premetto che nella mia vita ho sempre avuto l’immensa fortuna di viaggiare molto, sia con la mia famiglia sia per conto mio. La passione per i viaggi, l’avventura e la scoperta di nuovi luoghi e culture la devo senza dubbio a tutte le mie esperienze di quando ero più piccolo. Dopo il liceo commisi l’errore di rimanere a studiare a Roma quando mi si era presentata invece l’opportunità di fare un’università all’estero. E’ sicuramente anche per questo che ho iniziato a spostarmi il più possibile, prima a Londra, poi in Germania ed ora qui a New York. L’Italia non mi ha mai dato modo di inserirmi in un contesto lavorativo che mi piacesse e che non fosse di mero sfruttamento. Dover inseguire i clienti per essere pagati, dover sempre giocare a ribasso con i prezzi per timore di venire scartati a favore di proposte più economiche, dover garantire qualità e perfezione anche a persone incompetenti, purtroppo mi ha fatto disinnamorare dell’Italia (lavorativamente parlando).

Nel 2011 hai lasciato L’Europa per studiare filmmaking presso la New York Film Academy, come mai hai preso questa decisione?
Agli inizi del 2011, dopo aver passato gli anni precedenti a lavorare in modo assai precario e a lottare per essere pagato anche cifre irrisorie, ho deciso che era ora di perfezionare professionalmente le mie competenze nel campo video ed al contempo prendere un certificato valido e riconosciuto in una nazione dove il Cinema ha ancora la C maiuscola e dove ci sono investimenti e soldi che finanziano anche piccoli progetti indipendenti. Così ho cercato un corso accessibile per le mie tasche e, dopo aver passato quasi un anno intero a lavorare e risparmiare in Italia, sono partito per New York con tanti sogni e speranze ma anche con una discreta dose di paura.

A New York hai lavorato per la casa di produzione Blitz Entertainment e per il notissimo i-Italy. Ci racconti come hai mosso i primi passi nel mercato del lavoro americano?
Dopo il corso alla New York Film Academy mi sono forzato molto a frequentare eventi di ogni sorta pur di ampliare le mie conoscenze e le mie opportunità. Da mostre d’arte ad esposizioni di poltrone e cucine. Per quanto possa però sembrare ridicolo questa cosa ha funzionato. Ad un pranzo “cui non potevo proprio mancare”, invitato grazie ad amicizie comuni con il padrone di casa, ho avuto modo di conoscere il CEO della Blitz Entertainment con cui ho stretto una salda amicizia e collaborazione che continua ad oggi.
Su suo suggerimento mi sono fatto presentare i fondatori di i-Italy che mi hanno proposto un internship presso la loro redazione. E’ stato un utile periodo di assestamento post corso NYFA che mi ha concesso il giusto tempo per capire come muovermi in città e su chi investire veramente la mia fiducia e le mie risorse. Posso dire con sicurezza che subito dopo essermi separato da i-Italy, ed iniziato a muovermi come freelance scegliendo io i progetti ed i clienti in cui credere, ho avviato la mia carriera qui a New York.

Parallelamente hai lavorato con BizCastr realizzando i tuoi progetti personali. Quali sono i lavori più di cui vai più fiero?
In quanto freelance ho avuto, ed ho, modo di investire il mio tempo come meglio credo. Anche quando lavoro su commissione di qualche cliente, porto sempre avanti i miei progetti. In questi due anni ho avuto modo di conoscere e stringere amicizia con poche ma ottime persone che, guarda anche il caso, sono nel mio settore. Quando hai un team affiatato è facile che capiti di chiamarsi a vicenda proponendo lavori. Ad esempio ultimamente ho girato un cortometraggio chiamato Jane St.. diretto da Matilde Ascheri e prodotto da Cassandra V.H. Petersen, che al momento è in fase di post produzione e che verrà quanto prima inviato a vari festivals che stiamo tenendo d’occhio. La storia è molto controversa. Racconta della notte, ma più in generale del modus vivendi, di una giovane ragazza che si trova a dover affrontare problemi legati alla scoperta della sua omosessualità e alla presenza di sfondo di alcool e droghe che non aiutano a mantenerla lucida nelle proprie scelte. A Febbraio/Marzo invece ho girato uno spot per il Cannes Lions International Festival of Creativity che aveva come cliente la AT&T. L’idea geniale e la regia sono di Cassandra V.H. Petersen, mia invece la fotografia. Purtroppo non abbiamo vinto ma abbiamo avuto il piacere ed onore di essere selezionati tra i papabili finalisti, il che ci ha reso molto fieri del nostro operato. In generale non penso ancora di aver realizzato il mio “capolavoro”, c’è tempo per quello, però sono felice di come sta procedendo la mia carriera qui in America.

Trovi che lavorare negli Stati Uniti e nella fattispecie New York, sia molto diverso dal lavorare in Italia e in Europa?

Scegliere New York, invece di Los Angeles per esempio, è una buona mossa per chi come me non sia ancora affermato e famoso. Qui il cinema indipendente e le piccole produzioni hanno soldi da investire e credono nei giovani (o non giovanissimi con me). L’Italia non la considero minimamente come mio possibile futuro lavorativo. Vengo da lì e so come funziona (o meglio dire come non funziona) il mercato. In Italia nel mio settore purtroppo si va avanti solo con le conoscenze giuste. Non credo ci siano possibilità di emergere per i perfetti sconosciuti se non si seguono i soliti prefissati canali di raccomandazioni. I pochissimi ragazzi che conosco che si sono inseriti con successo nel settore (le mansioni poi sono da vedere) erano o figli di persone già lì da anni, o amici di famiglia di qualcun’altro, o nipoti di, o amici di. Non voglio essere uno di quelli che punta il dito e condanna questi mezzi per trovare lavoro. Sinceramente con i tempi che corrono, se io vivessi in Italia e mi proponessero di entrare a lavorare da “Mamma Rai” o di iniziare come Quinto Aiuto Elettricista sul nuovo set di Verdone, beh accetterei di corsa e poco importa se non è eticamente corretto. Mi chiedi la differenza che vedo però tra qui e lì? Ti rispondo come rispondo a tutti: qui ti viene data una possibilità. Qui anche se non sei nessuno, se non conosci gente famosa, se la tua famiglia non fa Spielberg o Muccino di cognome, qui se dimostri di essere capace, ambizioso e volenteroso, qui hai una possibilità di batterti. Poi se avrai successo è un altro paio di maniche. Però almeno puoi giocartela.

Con Cassandra V.H. Petersen stai sviluppando uno short comedy dal titolo Bathroom Scribbles. Ci racconti dell’iter produttivo e quali sono i canali a disposizione per un giovane free lance?
Qualche mese fa con Cassandra abbiamo fatto da giudici volontari per il New York Independent Film Festival. Tutto gratis: solo un modo per vedere il lavoro di altri videomakers e per imparare dalle idee e dalle tecniche di altri. A volte alcuni corti erano geniali, spesso erano lenti e noiosi, qualche volta fatti proprio male. Questo però ci ha fatto riflettere sul fatto che i cortometraggi spesso sono drammatici, thriller o horror. Raramente si vedono commedie o storie più “solari”. Così con questa idea in mente Cassandra, ed io in parte minore, abbiamo ideato Bathroom Scribble: una short love comedy che al momento è affidata ad uno sceneggiatore nostro amico per la stesura finale. Dovremmo essere in grado di iniziare le riprese verso Febbraio 2014 se tutto procede come programmato. Al momento è una storia pensata con un budget veramente ridotto all’osso, di facile realizzazione e con i costi molto contenuti. Per l’attrezzatura mancante ci sono qui a New York delle piccole società di noleggio che hanno prezzi veramente alla portata di tutti e non richiedono garanzie stratosferiche, altrimenti ci si può sempre rivolgere ai giganti della vendita e noleggio che hanno di tutto e di più ma che in compenso si fanno pagare cifre ben più alte. Per quanto riguarda il cast in genere basta pubblicare un annuncio ben dettagliato sui siti appositi per ricevere svariate decine di Curriculum di candidati. Dulcis in fundo per le locations spesso basta solo chiedere: qui a New York (ma credo in America in generale) sono talmente abituati a vedere filmare ovunque, che se una produzione indipendente chiede gentilmente di girare in un locale o un ristorante (adeguandosi con gli orari di chiusura) spesso riesce a trovare ciò che cerca totalmente gratis (ovvio che chi rompe paga però).

Cosa consigli a chi volesse intraprendere un percorso simile al tuo?
In 2 anni a New York mi sono fatto ormai un’idea di quali sono le “regole di sopravvivenza” per poter avere la propria occasione. Quindi chiunque voglia tentare questa strada e lasciare l’Italia dovrà munirsi di: umiltà (ma non servili), intraprendenza e costanza (bisogna veramente girare la città, camminare, vedere, uscire, fare, conoscere. E bisogna farlo sempre e tanto), ma soprattutto darsi il giusto TEMPO (ne vedo tantissime di persone che sperano di svoltare la propria vita nei 3 mesi di permesso turistico. Non funziona mai!). Prendete in considerazione l’ipotesi di farvi un micro corso specialistico pur di rimanere più a lungo. Qualcosa che duri intorno ai 6 mesi minimo. Datevi il tempo di capire come funziona, con chi parlare, dove andare, cosa chiedere. Altrimenti si rischia di perdere solo altro tempo senza ottenere nulla. L’America non è più il paradiso terrestre e gli Italiani non sono più una minoranza sconosciuta ed affascinante che conquista il cuore. Bisogna preparare bene le proprie mosse ed i propri passi altrimenti ci si ritrova sperduti in una metropoli che sa essere spietata.