Intervista a Luigi Benvisto, Direttore della Fotografia

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 10 giugno 2013

Biografia: Luigi Benvisto è nato a Varese da un padre calabrese e una madre marchigiana. Fin da piccolo ha avuto la passione per l’arte, dal disegno alla scrittura faceva di tutto per evitare i compiti. Durante i primi anni di liceo Luigi si è avvicinato al teatro diventando caporedattore del giornale d’Istituto e attore teatrale. Continuando a recitare a teatro si è ritrovato quasi per caso a lavorare come speaker radiofonico in una emittente locale. Finita la scuola ha iniziato a lavorare facendo di tutto: il postino, il tecnico informatico, il rilevatore ISTAT e l’operaio all’aeroporto di Malpensa. Un giorno ha deciso di cambiare aria, ha lasciato lavoro e famiglia per trasferirsi a Roma dove ha continuato la carriera di attore vivendo in un garage arredato ad appartamento a Torre Angela. Per una serie di coincidenze ha vinto una borsa di studio di Cinema e si è ritrovato su un aereo per l’America. Era il 2008.

★ “Se ripenso agli ultimi 5 anni della mia vita…” È con una nota di stupore che Luigi Benvisto mi parla della sua carriera. Mentre chiacchieriamo tranquillamente all’ombra degli alberi di Union Square, Luigi mi racconta dell’incredibile concatenarsi di perseveranza e coincidenze che lo ha portato sempre più lontano da casa fino ad arrivare a New York, punto non di arrivo ma di partenza di una brillante carriera nel mondo del cinema. Tenacia, passione, professionalità: Luigi è uno splendido esempio di come, a volte, la vita premi il talento e non la fortuna e noi di Farespettacolo non possiamo che augurargli un grande in bocca al lupo, sperando che gli Stati Uniti ci restituiscano il prestito e che Luigi possa, prima o poi, fare del buon cinema anche in Italia. ★

Luigi, quando è nata la tua passione per il cinema?

Credo sia stato mio padre a farmi venire la passione per il cinema. Sono nato e ho trascorso la mia infanzia ad Arcisate, un piccolo paesino in provincia di Varese. Lì avevamo una chiesa e un oratorio. Nell’oratorio c’era un vecchio proiettore e delle sedie di legno e ogni weekend proiettavano i film. Non avevano la Coca-Cola e le patatine costavano 50 centesimi. Mio padre, invece di portarmi a vedere la partite di calcio, mi portava al cinema. Sono cresciuto vedendo film prima ancora che avessi imparato a parlare.

Quando hai deciso di farne un mestiere e cosa ti ha spinto a trasferirti a Roma?
Decisi che avrei voluto lavorare nel cinema quando mi trasferii a Roma. Ho sempre avuto la passione per il cinema e le camere, ma a quei tempi non esistevano le videocamere digitali e quelle che c’erano costavano tantissimo. Inoltre Varese non aveva negozi o distributori o rental house di camere a pellicola quindi il sogno di lavorare nel cinema mi passò in fretta per impossibilità di mezzi. Ricordo che un giorno però vidi l’offerta di una camera digitale che girava in definizione standard con cassette a meno di 500 euro e i miei me la comprarono. Inizia a girarci l’impossibile. Ci girai due corti, uno dei quali, il mio primissimo corto, era un progetto sperimentale di meno di un minuto che vinse anche dei festival. In quel momento credo decisi che avrei potuto lavorare nel cinema, così abbandonai la recitazione teatrale, tutti i lavori che facevo e ogni cosa per dedicarmi al cinema. Il trasferimento a Roma fu più l’effetto che la causa.

Ci racconti della tua esperienza lavorativa a Cinecittà? A quali progetti hai lavorato?
A Cinecittà ho lavorato in diversi piccoli progetti, alcuni dei quali non sono mai nemmeno usciti delle sale o in chiaro. Sul set lavoravo come assistente alla camera e talvolta come operatore, poi in post-produzione lavoravo come assistente editor e montatore. Forse il lavoro più grosso lo feci non a Cinecittà, ma dai fratelli Cartocci a Ciampino, negli studi di posa usati successivamente per girare la serie televisiva Boris.

Quali sbocchi si prefiguravano dopo anni di “gavetta”?
Purtroppo dopo anni di gavetta continuavano a non esserci sbocchi lavorativi, continuavo a girarci intorno, ma la mia passione per la fotografia, la mia vasta conoscenza di camere e luci e il mio impegno sui set non erano comunque abbastanza per riuscire a lavorare come direttore della fotografia. Iniziò a divenire un po’ frustrante.

Tu hai cambiato la tua vita grazie ad una borsa di studio che ti ha permesso di studiare e di laurearti alla New York Film Academy. Ci racconti di questa esperienza?
Capitò per caso mentre stavo lavorando a quel progetto agli studi di Ciampino; era un progetto ambizioso con Andy Garcia, Valeria Golino, Mario Monicelli che faceva un cameo, Alessandro Haber e Rocco Papaleo come attori protagonisti e Gianna Nannini, Adriano Giannini ed Ennio Fantastichini in parti minori. C’erano anche altri artisti in vari cameo. Quel giorno sarebbe arrivato sul set Mario Monicelli e io abitavo in un garage a Torre Angela che era quindi vicino a Ciampino. Chiesi alla produzione mezz’ora libera per andare a casa a prendere il DVD de “Un borghese piccolo piccolo” di Monicelli con Alberto Sordi, a mio parere un capolavoro come mai ne ho visti. Monicelli è sempre stato l’ultimo grande regista a mio avviso. è l’unico, assieme a Leone, Fellini e Pasolini ad essere riuscito a combinare lo storytelling con l’intrattenimento. Quindi volevo assolutamente che Monicelli mi firmasse quello che considero la sua opera migliore. Quando tornai Monicelli era lì, ma io dovevo lavorare. Durante la pausa fu quasi impossibile parlarci per il fatto che tutti gli attori voleva conversare con lui. Così mi inventai che dovevo fargli un’intervista per il backstage del film. Presi una camera e iniziai a fargli domande. Monicelli non aveva mai girato in digitale ed era curioso di vedere come funzionavano queste camere. A fine intervista allungai il DVD e gli chiesi di firmarmelo… è al momento custodito in cassaforte, ho tolto i gioielli e l’oro per far spazio a questo DVD firmato da un maestro del cinema! Ho anche le cassette dell’intervista custodite a casa. Ma tutto questo che c’entra con la New York Film Academy? Beh, il produttore mi mise a fare un vero backstage dopo quella intervista e iniziai a stare più dietro le quinte conoscendo di più gli artisti fuori dal set. Parlando con uno di questi artisti, egli menzionò la New York Film Academy. Incuriosito andai a casa e controllai; il prezzo era fuori dalla mia portata, ma notai che Bernardo Bertolucci offriva una borsa di studio per la New York Film Academy e così ci provai. La New York Film Academy faceva un corso breve a Cinecittà e ritornai lì. Dopo il corso feci l’applicazione per la borsa di studio. La vinsi! Inizialmente ero scettico, non pensavo l’avrei vinta, ma ora che l’avevo dovevo fare i conti con la realtà: non sapevo nulla di inglese e la borsa di studio non copriva l’alloggio e il vitto, per non parlare delle carte per il Visto studentesco con burocrazia varia, ovviamente in inglese! La borsa valeva per lo stesso anno e le classi sarebbero iniziate a Settembre. Eravamo ai fini di Giugno. Passai l’estate a studiare inglese, cercare casa a New York e fare i conti coi soldi. Grazie ai soldi messi da parte e al sostegno dei miei sarei riuscito a vivere in America per un anno studiando cinema a New York se avessi speso 15 dollari al giorno! A Settembre ero sull’aereo con un sogno nella tasca destra, migliaia di domande in quella sinistra e un paese alle spalle che aveva dato origine al cinema e poi l’aveva ucciso. Per parafrasare Jack Kerouac in “Sulla strada”, mi trovavo a metà strada attraverso l’oceano, la linea divisoria fra l’est della mia giovinezza e l’ovest del mio futuro.

Durante gli anni della NYFA hai lavorato a tantissimi progetti in qualità di Direttore della fotografia. Come hai scoperto questo mestiere?
Il lavoro di cinematografo mi è sempre piaciuto fin da quando ho messo piede sul set. Mio zio era fotografo di professione e spesso mi parlava e mi istruiva in fotografia. Mio padre mi portava sempre al cinema ogni weekend. La combinazione tra la passione per il cinema e la conoscenza di fotografia non poteva far nascere altro che un amore per il ruolo di direttore della fotografia. Quando arrivai comunque non pensavo sarei divenuto cinematografo; ero reduce da anni di frustrazione in Italia quindi mi limitai a fare ciò che sapevo fare meglio: assistente alla camera. Poi un giorno, nel 2009, eravamo su un set nel New Jersey a girare un film con due camere e io stavo lavorando come operatore camera della seconda unità. Il direttore della fotografia litigò con il regista e la produzione e lasciò il set dopo due giorni di riprese. Il regista si girò verso di me e io sorrisi. La produzione fu così felice del mio lavoro come cinematografo che mi chiamò l’anno dopo a girare un film di spionaggio tra Los Angeles e l’India. Da quel giorno in New Jersey iniziai a spingere sempre più verso il mestiere di cinematografo e in meno di quattro anni sono riuscito a lavorare come direttore della fotografia in più di 70 progetti inclusi 4 lungometraggi, documentari, music video e commercial.

Nel 2011 hai aperto la tua casa di produzione, la Jack Boar Pictures. Cosa ti ha spinto a fare questo passo?
Ho deciso di aprire una casa di produzione perché volevo una mia camera e offrire un one-stop service per coloro che volevano fare un progetto. Avremmo offerto attrezzatura, personale sul set e post-produzione dal montaggio alla color fino al sonoro (non io ovviamente perché sono sordo, ma avevo contatti di sound designer molto bravi). È poi era anche una sorta di vittoria personale; avere una casa di produzione tutta tua! Così a fine 2011 la Jack Boar Pictures si era costituita e a fine 2012 la compagnia aveva acquistato Eleanor, una RED Epic.

Quali sono i canali per inserirsi nel mercato americano?

Aprire una LLC è relativamente semplice, basta compilare dei moduli e la spesa si aggira tra i 500 e i 1,500 dollari a seconda dei casi. Una volta aperta puoi aprire un conto corrente a nome della società e poi acquistare materiale e lavorare sui progetti e ovviamente fare la dichiarazione dei redditi ogni anno. Burocraticamente è complesso ciò che viene dopo aver aperto la compagnia, l’apertura in sé è semplice. Per questo ho preso un commercialista e una banca… per non impazzire e concentrarmi sui lavori.

Tu insegni anche post-produzione e montaggio presso la NYFA. Come sei diventato insegnante?
Finita la scuola, la New York Film Academy mi offriva un anno aggiuntivo come studente col permesso di lavoro. Avevo terminato tutti i soldi quindi avevo bisogno di un lavoro in fretta e così chiesi alla scuola di poter lavorare da loro come assistente. Iniziai così. Dopo mesi come assistente mi chiesero se volevo coprire un insegnante dato che era molto preparato e grazie al lavoro fatto in Italia avevo conoscenze di qualunque software da Final Cut a Premiere, da After Effects a Color e via dicendo, senza contare che ero un esperto di camere RED (a quei tempi c’era solo la RED One) e del workflow della RED. Così coprii la classe, gli studenti furono contenti e il mio capo di allora del dipartimento editing, Shawn Sullivan, mi spinse a insegnare. Shawn è stato un’importante figura per me in quegli anni, lui ha sempre creduto in me e ha sempre visto in me tantissimo potenziale. Diciamo che ha ripulito quella parte italiana di me di anni in cui venivi usato e poi ti facevano sentire non all’altezza di fare un passo avanti e così rimanevi il semplice assistente. Shawn mi ha fatto capire che io valevo molto di più. Feci una mock class, una classe finta di prova e poi iniziai a insegnare e ricevetti sempre più classi e sempre più sezioni.

Attualmente risiedi negli Usa con un visto O-1. Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Pensi di rimanere negli Usa o pensi di tornare prima o poi in Italia?
Sì, sono con un Visto artistico O-1. I miei progetti sono quelli di completare i film e altri lavori che ho deciso di fare in questi tre anni di Visto e finora, anche se con qualche ritardo, sto riuscendo a portarli a termine uno per uno. Ad Agosto dovrei però trasferirmi in Georgia dove ho ricevuto una richiesta di lavoro come direttore della fotografia per un TV show. Finiti questi tre anni forse tornerò in Italia a cercare di lavorare su progetti più grandi nel mio paese e, spero, come direttore della fotografia. Nonostante tutto sono legato al mio paese e vorrei che si tornasse a fare del buon cinema come una volta. Voglio metterci la mia parte.

New York come base fissa o come momento di passaggio?
New York non è mai stata la mia base fissa, è stata il mio domicilio, ma ho lavorato ovunque, dal New Jersey al Connecticut, dalla Florida alla Georgia, dalla California allo stato di Washington fino ad arrivare in una piccola isola sperduta nell’oceano Pacifico al confine col Canada. Al momento resterò a New York per altri due mesi, poi a inizio Agosto mi trasferirò in Atlanta per, forse, un anno. Poi credo di andare a vivere un po’ a Los Angeles.

Cosa consigli ai giovani filmmaker e operatori italiani che stanno pensando di cercare lavoro all’estero?
Fatelo! Mettete da parte i soldi e andate via da lì! Se riuscite a fare cinema in Italia perfetto, buon per voi, ma se non ci riuscite e pensate di provare all’estero scappate subito!