Intervista a Luigi Porto, Compositore e Sound Designer

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 20 maggio 2013

Biografia: Luigi Porto nasce a Cosenza nel 1981. Studia composizione e la scienza del suono da autodidatta o quasi, suona in band locali, compone per teatro, scrive di musica e arti visive su quotidiani e riviste. Finiti gli studi scappa a Roma e inizia a sonorizzare i film, continuando la carriera musicale e a volte intrecciando le due cose. Firma il suono di alcuni film e un paio come compositore. Da un anno vive a New York e lavora, tra gli altri, con una compagnia d'opera contemporanea. Di tanto in tanto pubblica dischi e sforna lavori di sound art.

Incontro Luigi Porto al Lincoln Center durante un evento organizzato da New York Italians. Come capita spesso tra “italians”, basta poco per trovare il giusto feeling e raccontarsi, uniti da questa comune avventura di essere italiani all’estero. Proprio come in una chiacchierata tra amici, Luigi ci racconta in questa intervista il suo percorso di vita e professionale. Un percorso che, tra gioie e dolori, lo ha portato fino a New York, e che noi di Farespettacolo riportiamo sulle nostre pagine, convinti che la sua storia sarà d’ispirazione e d’esempio.

Luigi, iniziamo dalla tua formazione: tu hai studiato musica fin da giovanissimo da autodidatta, in seguito hai studiato musica elettronica a Cosenza con Ivano Morrone e ti sei specializzato in Produzione Audio presso la Scuola di Alto Perfezionamento Musicale di Saluzzo. Come si diventa Sound Designer? Cosa ti ha spinto ad intraprendere questa carriera?
Fin da bambino sono stato interessato alla musica e ai suoni. Per me erano, e sono, la stessa cosa. Ho iniziato a 14 anni a suonare la chitarra e trafficare con i rumori di fondo del mio “baracchino”. Lo studio della composizione e quello del suono sono andati sempre di pari passo. Sono sempre stato attratto dai livelli sonori, dall’ascolto inconscio. A 17 anni l’incontro con l’Edipo Re di Strawinskij. il giorno dopo lasciai il gruppo in cui suonavo per comprare una workstation e mi misi a comporre roba che si potrebbe definire industrial/ambient. (in realtà iniziai a comporre nel negozio, prima di comprarla, nell’attesa di racimolare i soldi necessari, che per un ragazzino di 17 anni cresciuto a Cosenza non è facile. Andavo ogni pomeriggio e mi chiudevo nel reparto tastiere come in un ufficio. Quando la comprai c’erano dentro almeno sei-sette brani già scritti!). Poi vidi Professione Reporter e rimasi affascinato da quel silenzio così denso, come pieno di segreti. Così iniziai ad inserire elementi di rumore nella musica, a dare un contesto, e a studiare il suono cinematografico. Da qui a cercare di inventarsi un mestiere che magari ti dia anche da mangiare, parallelo all’esperienza di musicista, il passo è poi abbastanza naturale. All’università studiavo arti visive, non musica o cinema. E’ stato uno strano percorso, da eterno outsider.

Dopo gli studi hai iniziato a lavorare come free lance nella Capitale. Quali opportunità offriva e offre ancora il mercato del lavoro italiano per professionisti specializzati?
Il problema del mercato del lavoro italiano nell’ambito del cinema, è che non c’è più un’industria del cinema, ogni film è un prototipo, una storia produttiva a sé, non esiste più un meccanismo oliato come forse c’era negli anni Settanta. Devi entrare nel giro e sperare che le cose ti capitino. Qui a New York non è molto diverso, quello che è differente è il rapporto con la professionalità. In America non frega niente a nessuno di chi conosci o di chi sei parente o che storia hai: se vai bene vai bene, altrimenti “next”. Questo crea una situazione per cui un professionista navigatissimo è in competizione con un novellino arrivato dall’altra parte del mondo. In Italia il sistema è un po’ più gerarchico. La mia storia lavorativa a Roma è cominciata nelle agenzie radiofoniche, poi sono entrato in uno studio, la Movie Sound Editor, dove ho praticamente imparato il mestiere sul campo, e in seguito mi arrangiai a trovare altri lavori per conto mio. Come compositore il mio primo lungometraggio fu un film canadese, poi in Italia feci un po’ di corti e “featuring” finchè non arrivata la collaborazione con Romano Scavolini, regista che amavo fin da ragazzino, che mi ha affidato le musiche de “L’apocalisse delle scimmie”, un monumentale film ancora in fase di post-produzione. Il film, o almeno il primo dei suoi tre volumi (te l’ho detto che è monumentale!) uscirà probabilmente in inverno, nel frattempo in autunno pubblico la colonna sonora, che uscirà in CD e in un bel formato vinile “audiophile” per l’etichetta viennese Cineploit, con la distribuzione italiana curata da Snowdonia che è l’etichetta dei Maisie, il gruppo italiano del quale faccio parte e che ha a sua volta un disco di imminente uscita.

È stato più semplice trovare opportunità lavorative nel cinema dopo un film importante quale Basilicata Coast to Coast di Rocco Papaleo?
Beh, ho lavorato a Basilicata tramite la Movie Sound Editor. Nessuno pensava che il film avrebbe fatto “il botto” così. Era un bel film e divertente, ma non si sperava in un successo simile, ha superato Avatar al botteghino! Quella fu una grande annata per il cinema italiano, confermando il fatto che se si ci crede, si riesce a mandare la gente al cinema. In massa. Io lì mi sono occupato del missaggio/editing delle musiche, trattandosi di un film musicale. Certo quando la gente lo vedeva sul curriculum, dicevano “aah!” magari era anche l’unico titolo che riconoscevano. Ho lavorato anche ad altri film molto belli che però purtroppo ancora non hanno visto una decente distribuzione italiana. Uno dei quali East West East di Gjergji Xhuvani, il “Fellini albanese”, che fu candidato a Tirana per “Best Foreign Film” per gli Oscar.

Il tuo lavoro ti porta a ricoprire sia un ruolo creativo sia un ruolo tecnico, ci racconti qualcosa di più del tuo mestiere e qual è il tuo approccio?
Ogni lavoro è una storia a sé. In alcuni casi, nei prodotti di breve o medio metraggio, mi occupo sia della musica che del suono, e allora lì ho la massima libertà espressiva, sono “padrone” dei livelli e dell’orecchio dell’ascoltatore, la creatività e la tecnica sono davvero a 360 gradi. Non l’ho mai fatto su un lungometraggio, è una cosa che prenderebbe molto tempo e molte energie e un po’ mi spaventa. Comunque sì, la compenetrazione tra creatività e tecnica mi piace molto, la poesia che va a braccetto con la matematica, e nel suono e nella musica una trasformata di Fourier può aiutare a decidere quali corde toccare nell’ascoltatore. In generale, parlando di suono, svolgo prima tutto il lavoro tecnico, dal montaggio della presa diretta al foley, e poi arriva la parte divertente. Vengo da una famiglia di insegnanti di fisica ma ho studiato storia dell’arte all’università, sono anche mancino, credo che un giorno il cervello mi si aprirà in due. La gente a volte pensa che io sia un “tech-savy” ma non è assolutamente vero: quando incontro altri del mio mestiere e mi sciorinano sigle e numeri, modelli di banchi analogico digitali eccetera, io sono molto imbarazzato e non so mai cosa rispondere.

Sembra che tutte le strade portino via da Roma… Cosa ti ha spinto a vivere a New York?
La mia vita personale e quella lavorativa si sono intrecciate a filo doppio per un periodo. Posso dirti che, come molti, sono arrivato con un ESTA, sono rimasto per tre mesi e ad un certo punto mi sono trovato improvvisamente “fagocitato” da questa città, come sprofondato in un buco nero. Mi ero lasciato alle spalle un sacco di cose in Italia, ero in una situazione psicologica particolare, dovevo fare qualcosa qui. Ad un certo punto mi sono trovato a vivere nel piano interrato di quello che forse è il peggior motel di Canarsie. Lascia stare proprio. Poi comunque avevo un certo curriculum a coprirmi le spalle, qui incontri tante persone e io ho incontrato tante persone, tra cui Joao MacDowell che mi affidò la parte elettronica della sua opera da camera Plastic Flowers. In inverno la portammo in scena alla Baruch’s Engelmann Hall e in un’esecuzione privata a casa di David Del Tredici. Presi il visto O-1 ed iniziai a lavorare qui appoggiandomi alla sala mix del Come Together Studio su North Central Park. In pochi mesi avevo di nuovo una vita qui, quasi senza accorgermene. New York ti strappa, ti butta per terra, ti rialza, ti centrifuga. E’ come un rodeo. L’unico modo per starle in groppa è provare a prenderla per le corna.

Qual è la tua esperienza nel mercato del lavoro americano? Credi sia più semplice inserirsi nell’industria cinematografica con un profilo artistico o uno tecnico?
Mah guarda, non ne ho ancora idea! NY è una città a sé stante, una sorta di ombelico del mondo, non è America, non è Europa, vive di vita propria. Certo una cosa che ho imparato, anche dalle esperienze di altri, è che qui si premia solo l’individualità. Non bisogna inseguire gli americani sul loro terreno, se ne esce sconfitti. Bisogna proporre sé stessi per come si è, con le proprie peculiarità, con la propria poetica, i propri gusti. Tecnicamente o artisticamente, qui credimi pare non faccia differenza. Io non ho mai cercato di fare il sound designer o il compositore “istituzionale”, sto parlando di “quello che vuoi ti dò”, quindi in America significa botti, esplosioni, timpani incessanti e pieni d’orchestra dappertutto, quando non su una base dubstep. Intendiamoci, non sto assolutamente criticando questo modo di lavorare, ci vuole una grande professionalità e versatilità, ho amici carissimi che ne sono capaci, io non ci riuscirei mai proprio per questioni di carattere. Anche in Italia ho sempre fatto molti video d’arte e i registi che mi si affezionavano erano sempre quelli più portati alla sperimentazione. Ricordo che la persona che mi insegnò il mestiere del cinema in Italia un giorno scherzando mi disse “quando smetterai di fare l’artista e diventerai un professionista” …Beh, credo che quel momento non sia ancora arrivato! E lo dico da grande ammiratore del “professionismo” e scettico nei confronti del “dilettantismo” di qualsiasi genere. Qui per far bene le cose devi farle in maniera diversa da chiunque altro. In questo New York ti asseconda, e fa schizzare il tuo lavoro dappertutto come fosse dentro una fionda gigante.

Italia, New York, dove sarai domani? Progetti per il futuro?
In questi giorni c’è a Cannes un corto di cui ho firmato il suono, Town Red, mentre in Italia c’è Young Europe; presto uscirà un lungometraggio molto radicale, Byron Jones, un prodotto 100% newyorkese (nel senso di Wahrol, Cage, Mekas, Feldman), che andrà probabilmente a Berlino, e quest’estate se ne organizzerà una preview in Italia. Poi il mese scorso è stata allestita una mia installazione audio/video all’Università della Calabria, il disco esce a Vienna, eccetera…ormai è inutile parlare di spostamenti, siamo tutti dappertutto, New York è come Cape Canaveral, vieni qui, ti lanci e vai a finire da un’altra parte. Nel mio caso mi capita spesso di atterrare (o cadere rovinosamente) in Europa. Nel caso di altri, si oscilla tra questa città e città come Los Angeles, Chicago, nessuno diventa più ricco come una volta ma ognuno trova il modo di vivere di quello che fa. Siamo in un momento di estrema mobilità, siamo tutti realmente “cosmopoliti” anche grazie a Internet, è un momento di crisi profonda ma anche di grandi cambiamenti.