Intervista a Marina Catucci, Documentarista e Giornalista

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
mercoledì, 29 maggio 2013

Biografia: Nata a Taranto e vissuta in diverse città in Italia, la mia casa Italiana ora è a Milano ma con molti legami con Bologna dove ho studiato cinema e comunicazione di massa al DAMS. Ho cominciato a fare documentari nel 1998 e sono diventata giornalista nel 2004, dal Febbraio '99 vivo a New York dove ho cominciato a lavorare come corrispondente freelance collaborando con IlSole24OreTV, D di Repubblica, Il Manifesto, RaiNews24, SkyCineNews, LA7, MTV, Popolare Network. Filmography (director shooting and editing): Stranieri si diventa, Italoitaliani, Manhattan amore mio, The sunlight dragged me here, Vita e avventure del signor di Bric a Brac (breve biografia di Valentino Parlato), Il secolo lungo (breve biografia di Margherita Hack, collana Primi Piani), Le ragioni del tempo (biografia di Andrea Carandini, collana Primi Piani), Una storia da ridere (breve biografia di Mario Monicelli, collana Primi Piani), Found in translation.

Incontro per la prima volta Marina Catucci durante la presentazione di Besame Mucho alla Fordham University. Il tema mi aveva incuriosito molto, la violenza sulle donne vista da un’altra angolazione: l’abuser come soggetto e oggetto di una ricerca sempre attuale (soprattutto in un momento come questo, in cui l’Italia sembra prendere coscienza di questa piaga sociale solo ora, nel 2013). Questa intervista è frutto di un secondo incontro presso un caffè nel Greenwich in cui Marina ci racconta il suo percorso, un intreccio di vita privata e professionale che, passo dopo passo, l’ha condotta a New York.

Parliamo della tua formazione. Quale percorso ti ha portato a diventare prima documentarista e poi giornalista?
Ho studiato cinema e scienze della comunicazione al Dams di Bologna, quindi ho fatto un percorso semiologico, teorico e non pratico. Pensavo di fare la critica cinematografica e invece per un puro caso, dovendo fare dei video per il Cassero di Bologna che mi aveva chiesto di fare dei video anche se io non avevo mai fatto niente di tutto ciò, mi sono innamorata dello stare dietro la macchina da presa. Così ho deciso di fare un corso pratico di ripresa e di montaggio e il montaggio è stato poi il mio grande amore. Finito questo progetto la mia idea era di fare documentari e non fiction, i tre piccoli video che ho fatto per il Cassero sono tre piccoli documentari a metà tra la docufiction, però di matrice molto più documentaristica. Nel ’98 ho girato il mio primo documentario, poi il secondo nel 2001 qui in america e intanto però vedevo che prodursi e vivere di documentari era una strada difficilmente percorribile. La cosa più vicina al documentarismo è il giornalismo così ho iniziato a lavorare come giornalista. Prima facendo regia e montaggio poi mettendoci dei contenuti. In questo modo sono diventata giornalista pubblicista.

Ci racconti dei tuoi esordi? Quando è iniziata la tua attività di documentarista?
Sono diventata documentarista nel ‘98, il mio primo documentario si chiamava Stranieri si diventa, per sensibilizzare sul tema della migrazione. Il secondo documentario l’ho girato qua a New York ed è stata un’autoproduzione, si chiamava Italoitaliani e parlava dell’immaginario di New York da parte della nuova generazione di italiani che vivono qua. Praticamente un documentario autobiografico. I documentari successivi sono stati tutti a metà tra l’autoproduzione e la produzione. Ho girato 5 documentari biografici prodotti dalla Regione Lazio dedicati ai grandi nomi della storia italiana come Monicelli e Margherita Hack. Ho sempre preferito fare documentari da indipendente, tutte le esperienze che ho avuto con le produzioni diciamo che non sono state ottime. È sempre stata più una fonte di preoccupazione che una fonte di sollievo.

E invece come è iniziata la tua carriera di giornalista?
Quando mi sono trasferita qua a New York enl ‘99 ho iniziato a proporre i miei servigi e la mia professionalità a varie case di produzione e ad entità singole. Ho iniziato a contattare molto l’Italia, a tutte le redazioni di tutte le varie televisioni dicevo “se c’è qualcuno che vi serve che fa riprese e montaggio io sono qui!”. Il 13 settembre 2001 mi ha contattato IlSole24OreTV per un reportage proprio nei giorni immediatamente successivi al crollo delle due torri così ho fatto questo reportage sul volontariato che è andato in onda il 15 e il 16 settembre. Poco dopo sono stata contattata dalla redazione esteri di La7, che avevo già contattato in passato, per un programma televisivo che stavano realizzando qua a New York. Avevano bisogno ogni giorno di uno o due video di due minuti per il telegiornale, con contenuti vari su New York ed io sono stata quella che faceva questi due video, a volte da sola a volte con le gironaliste di La7 e tempo tre mesi ho realizzato una settantina di video. A quel punto ho potuto prendere il patentino da pubblicista ed è iniziata così. Ho inizato con La7 e dopo sono arrivati Sky Cinema, MTV, Rai News… alla fine penso di aver lavorato con tutte le televisioni italiane.

Da un lato il lavoro con le immagini dall’altro la passione per le immagini. Che differenza c’è tra fare giornalismo e fare documentari?
Fare giornalismo e fare documentari è lo stesso campo del gioco, stai raccontando quello che vedi. Diciamo che magari il giornalismo è un po’ più la sorella brutta e il documentario è un po’ più la bella di casa. Stai comunque raccontando delle storie e lo stai facendo con un minutaggio di un minuto e mezzo in caso del telegironale o di i 52 minuti dell’ora televisiva del documentario.

Ci hai raccontato come sei diventata documentarista e come sei diventata giornalista, ci racconti come sei diventata Newyorkese?
Quando ho fatto il mio primo documentario nel ‘98 ho conosciuto in Italia quello che è stato il mio compagno per 10 anni. Lui faceva l’attore e aveva programmato di trasferirsi a Los Angeles facendo un primo stop a New York. A Los Angeles non ci è mai arrivato… nel senso che c’è stato solo per dieci giorni perché è tornato immediatamente a New York dove è rimasto per tre mesi. Tornato in Italia mi ha incoraggiato ad andare a New York. Io abitavo a Milano ai tempi, avevo studiato a Parigi, parlavo bene francese e nemmeno una parola di inglese. Non avevo mai avuto il mito dell’america, non ho mai nemmeno avuto il mito di Milano. Avevo deciso di andare via dall’italia e il mio piano era di andare a vivere a Parigi però mi sono detta “perché non perché nn trasferirci a New York?”. E così ci siamo trasferiti insieme, anche lui parlava solo il francese e per niente l’inglese, non conoscevamo nessuno tranne una persona che ci aveva affittato una stanza. Siamo arrivati con un visto turistico, poi, dopo l’altro documentario, la nostra casa di produzione ci aveva chiesto di farne un altro qua a New York e così ci hanno sponsorizzato loro. I documentaristi sono equiparati ai giornalisti quindi siamo tornati in Italia e poi siamo tornati a New York con un visto giornalistico che durava 5 anni e durante questi anni noi siamo davvero diventati giornalisti e quindi siamo andati avanti fino a quando io non ho preso la green card.

Besame Mucho è il tuo ultimo progetto. Ci parli di cosa tratta e di come è nata l’idea?
Besame Mucho è un documentario sulla violenza domestica analizzandola non dalla parte dell’ “effetto” che sarebbe la vittima ma dalla parte della “causa” che sarebbe l’abuser. È nato perché ne ho sentito parlare tanto da vicino. Abbiamo avuto un sacco di esperienze da vicino, sia in America sia in Italia. Ed è nato durante delle conversazioni con Claudia Vago: ogni volta che ne parlavamo pubblicamente su twitter ci rendavamo conto che si alzava immediatamente il flame. La gente iniziava a contribuire, a parlarne, a mandare pm privati, a raccontarci le proprie storie. Claudia era entusiasta all’idea di un documentario, diceva “è quello che tu fai, tu vuoi fare documentari fanne uno su questo”. Nelle lunghe conversazioni con lei e con gli amici è nata l’idea di farlo guardando alla causa, all’abuser. Partendo dal principio che non ci potrà mai essere del benessere femminile se non si capiranno le ragioni del malessere maschile. Nessuno nasce abuser. Non è come avere gli occhi verdi. È qualcosa che ha delle componenti sociali molto forti, è un fenomeno sociale. Non c’è differenza tra l’abuser di Roma e quello di New York. Mostrare anche come si può uscire dalla violenza domestica e come si può intervenire dall’esterno, ad esempio l’anno scorso New York è stata tappezzata da una pubblicità che si chiamava “Don’t mind your own business”, non farti gli affarti tuoi. La violenza domestica è un cancro.

Come sei passata dall’idea al progetto vero e proprio?
Besame Mucho è nato in rete, è nato su twitter prima ancora che diventasse un progetto scritto. Mentre stavo pensando a questo tema mi ha contattata Roberto Vincitore dicendomi che sarebbe venuto a vivere a New York e, dato che mi seguiva su twitter, voleva sapere se c’erano dei margini di collaborazione. Così ci siamo conosciuti mentre ero a Milano, poi abbiamo cominciato a chiacchierare e ci siamo mandati delle mail e via dicendo. È nata una vera e propria collaborazione lavorativa. All’inizio lui avrebbe dovuto occuparsi solo la parte tecnica ma poi è diventato parte dei contenuti.
Elena Codeluppi invece è arrivata a uno stadio ancora successivo. Elena è un’amica, lei è una Social Media Curator e quando le ho chiesto dei consigli sulla curation lei invece ha preso proprio in mano la situazione e nel giro di poche ore ha ribaltato la nostra situazione a livello di social media. Quindi è stato un processo naturale che si iniziasse a lavorare insieme. Anche se Elena e Roberto non si sono ancora mai conosciuti!

Un’idea forte e un gruppo di lavoro affiatato. Ci racconti dell’iter produttivo e del perché della scelta di ricorrre al crowdfunding? Avete pensato a degli sponsor?
Quando ho contattato i produttori con cui ho lavorato di più entrambi mi hanno detto la stessa cosa: che l’argomento era bello, che avrebbe avuto sicuramente successo ma per dargli più appeal loro avrebbero voluto che ci fossero anche delle storie di donne in lacrime ecc… E non era il documetario che volevo fare io. Io volevo fare un’altra cosa. Allora a questo punto ho pensato di rivolgermi al crowdfunding di mettere il soggetto online. Il budget realistico sono 36.000 dollari, non li abbiamo raggiunti dei due mesi in cui il progetto è stato aperto, ne abbiamo raggiunti 10.000. Con questi primi 10 mila possiamo iniziare le riprese qui a New York e inziare a pagare le persone. Poi ce ne serviranno altri 10.000 per la seconda parte: le riprese a Boston, Washington e San Francisco. Una terza tranche ci servirà per la postproduzione. Continuiamo a chiedere donazioni, stiamo organizzando dei benefit, degli eventi di sostegno a favore di Besame Mucho. Ne stiamo organizzando veramente tanti. Uno che amo ricordare è quello che ha organizzato Elena ad Honk Kong: l’amministratore di Ferragamo, che lei ha contattato, ha deciso di fare una fantastica festa di compleanno a tema Besame Mucho con tanto di palloncini e torta a forma di bocca. Ha chiesto agli invitati di non fare regali ma di devolverli a Besame Mucho e quella sera lui ha raccolto 1.500 dollari. Il comune di Milano sta organizzando delle serate insieme all’Arci Lombardia, l’Arci Reggio Emilia delle altre, ci sarà una grossa serata a Monza… Se ci sono degli sponsor che vogliano finanziare Besame Mucho ben vengano, come se ci sono dei coproduttori. Ben vengano a patto che non cambino una virgola di quello che è lo scritto, non mostreremo donne in lacrime.

Cosa consigli a chi vuole lasciare l’Italia?
Per chi vuole venire qua a fare il documentarista o il giornalista, beh io in questo momento sto producendo il mio documentario online usando la rete, quindi l’avrei potuto fare tranquillamente anche dall’Italia. Solo che a me l’idea è venuta qua, perché la cosa diversa da New York è che… New York, cosa la tiene insieme? Cosa tiene insieme una città dove la popolazione in media ha tra i 35 e i 50 anni, una cultura di tipo universitario, l’inglese non è la prima lingua, abita da sola e non è nata qua? Cosa la tiene insieme? I soldi? No. Secondo me le persone che sono qua hanno un’ossessione. Ognuno ha qualcosa che la tiene in vita che io chiamo apppunto un’ossessione. Se la tua ossessione sono “i grattacieli triangolari di colore blu” tu troverai qua un gruppo di persone che ha la tua stessa ossessione. Con la quale ti potrai scambiare delle cose, potrai imparare, potrai dare. Non ti sentirai solo. Non ti sentirai più strano ma straniero e dopo un po’ non sarai più neanche straniero perché New York è uno state of mind. Io mi sento assolutamente Newyorkese come si sente Newyorkese il mio vicino di casa libanese, l’altro vicino svedese e anche la nostra vicina di casa nata qua.
Informati su con che visto puoi venire. Una volta ho visto il libro dei visti è alto come l’enciclopedia britannica! Allora, in questo libro un visto per te c’è. Io come documentarista ho avuto il visto da giornalista, amici artisti hanno preso il visto O-1, amici che fanno business hanno avuto il visto A1 B1, ognuno ha un visto diverso, quindi per prima cosa informati su cosa puoi fare.
Poi parti leggero, vendi tutte le cose che hai in Italia, prepara uno zainetto piccolo piccolo e viaggia leggero che all’inizio cambierai un sacco di case, non avrai una stabilità. Quello che si dice è che la grande legge è che a New York ci vogliono due anni per sistemarsi. Per avere un lavoro, una rete sociale, una rete amicale. Cerca di avere quanti più contatti puoi dal’Italia, sia dal cugino, dall’amica, dalla nonna, dal lontano parente di qualcuno. Quando arrivi qua prendilo come un videogioco: chiama tutti e valli a trovare tutti. Ti troverai nelle situazioni più assurde, sembrerà di stare su Monkey Island. Busserai a case dove ti apriranno persone inverosimili e magari queste saranno uno starting point. E poi non ti affidare ad un unico canale, esplorane quanti più possibile. Se sei qui che hai già un lavoro ok ma non smettere di esplorare il resto. Se invece sei qui e devi cercare lavoro, casa, ecc… all’inizio è come un grande giro dell’oca. Io quando sono arrivata qua ero laureata, avevo fatto un documentario, me ne avevano chiesto un altro, ma sono arrivata qua e tutto quello che avevo fatto non contava niente. Nel giro di quattro mesi stavo lavorando come guardarobiera in un ristorante però tutte quelle persone che lavoravano in quel ristorante sono state protagoniste del mio secondo documentario e sono adesso tra i miei più cari amici. Nessuno di noi lavora più per quel ristorante, ha chiuso nel frattempo, ma quello che abbiamo imparato in quel periodo la ce lo portiamo dietro. Occorre avere una enorme dose di umiltà, tieni presente che comunque l’inglese non è la tua prima lingua, anche se lo parli perfettamente… penso che la cosa di mettersi in gioco e di rischiare sia comunque un enorme scrab mentale. Il tuo futuro è unpredictable. Ti verranno in mente delle idee che rimanendo sempre nello stesso posto non avrai.