Intervista a Nicola Raggi, Direttore della Fotografia

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 28 ottobre 2013

Biografia: Nicola Raggi, Direttore della fotografia, nasce in una cittadina della provincia di Perugia nel 1978. Si laurea in Psicologia della Comunicazione presso l’Università di Siena e, nel 2006, fonda la casa di produzione “Loading Lab”, spin-off Accademico che si concentra sulla produzione video e mix-media. Negli stessi anni insegna “Produzione Video” presso la stessa Universita’. Partecipa a diversi workshop di cinematografia con i più illustri Direttori della Fotografia in Italia: Vittorio Storaro, Luca Bigazzi, Marco Incagnoli, Pino Quini. Vincitore della borsa di studio offerta dalla Fondazione Bernardo Bertolucci si trasferisce a New York nel 2010 dove prende parte ad un corso intensivo sulla direzione della fotografia cinematografica presso la New York Film Academy. Oggi vive a Brooklyn, ha ricevuto la licenza di insegnamento dallo Stato di New York ed è un istruttore di cinematografia presso la New York Film Academy. Sempre pronto a viaggiare, nostalgico della terra natia, è costantemente coinvolto in produzioni filmiche come direttore della fotografia.

Quando incontro Nicola Raggi in un locale di Williamsburg, a Brooklyn, mi rendo conto di come siano passati dei mesi dal nostro primo contatto via mail. Nonostante ci separi appena una fermata di metro, Nicola non è un tipo facile da incontrare, è una di quelle persone in continuo movimento, in continuo fermento: oggi a New York, domani in un’altra città su un set di un nuovo film, nel frattempo altri mille progetti che lo richiedono. Lo incontro dopo altri due mesi su un roof a Soho dove questa volta parliamo di un mio progetto. Noto la sua attenzione, la sua professionalità mentre mi rivolge domande precise. Nicola mi parla con la tranquillità di chi sta assaporando le gioie di tanti sacrifici: la gavetta fatta in Italia, la possibilità di una borsa di studio, il coraggio di inseguire un sogno, il trasferimento a New York, il riuscire a fare il “proprio mestiere”, il progettare il proprio futuro, la green card. Questa intervista non è solo la testimonianza di “un altro italiano all’estero” e non è nemmeno la storia romanzata di una vita facilissima e felicissima in una città dove tutto sembra semplice (ma non lo è affatto) quale New York. È, semmai, un racconto emblematico della nostra generazione. Una generazione di italiani che trova in un “altrove” quello spazio che in Italia, purtroppo, è negato. Ieri a New York, domani chissà dove incontrerò di nuovo Nicola Raggi.

Nicola, tu hai studiato Comunicazione all’Università di Siena. Come ti sei avvicinato al cinema e quando hai deciso di farne un mestiere?
Già molto prima degli studi universitari avevo una grande passione per il cinema che iniziò addirittura mentre frequentavo la scuola materna e le maestre ci facevano vedere ripetutamente, quasi ogni settimana, la pellicola della carica dei 101 o, alternativamente, il meraviglioso film di Mary Poppins. Imparai fin da allora a caricare il vecchio proiettore 16mm e mille volte ho rivisto quelle vecchie pellicole. La passione forse si assopì durante gli anni, fino a quando, grazie alla grande opera d’arte di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” qualcosa si risvegliò in me, indicandomi la strada per conseguire un sogno. Passeranno molti anni da quel momento al salto nel mondo della direzione della fotografia: iniziai a realizzare piccoli cortometraggi con amici, nel frattempo ad approfondire le teorie e il linguaggio del cinema delle scuole europee, durante gli studi universitari mi appassionai molto al montaggio video e quando fondai il Loading Lab ricoprivo già questo ruolo fino a quando, un bel giorno, capii che l’unica cosa che davvero mi attirava era la luce, aveva la potenza di ammaliarmi: compresi definitivamente che la direzione della fotografia cinematografica era la strada che volevo percorrere.

Nel 2006 hai fondato il Loading Lab Insieme a Mariangela Scalzi, in collaborazione con L’Università di Siena. Ci racconti di questo progetto?
Alla fine degli studi universitari, avendo in Italia poche possibilità di lavoro, decisi insieme a Mariangela Scalzi di fondare una casa di produzione video per dar vita ai nostri sogni. In quel tempo l’Università di Siena offriva l’opportunità di un appoggio logistico presso le proprie strutture a giovani laureati intenzionati ad avviare attività imprenditoriali, facendosi essa stessa “incubatrice” della nuova azienda, ci offrì la possibilità di avviare uno spin-off Accademico. All’interno dell’Università trovammo molto appoggio e l’ambiente culturale era fervente, sempre in movimento e, da un punto di vista creativo, altamente gratificante. Dopo poco intuimmo però che, in realtà, dal punto di vista economico, data la natura educativa di una struttura quale è quella universitaria, non saremmo progrediti ma soprattutto in quegli anni sentivamo una “moria culturale” che non ci faceva più crescere, sia professionalmente, sia umanamente: capimmo che era tempo di cambiare qualcosa.

In Italia portavi avanti i tuoi progetti e insegnavi presso l’Università di Siena, eppure non eri soddisfatto. Cosa mancava alla tua carriera?
Realizzavo vari progetti, molti dei quali erano video musicali, essendo un grande appassionato di musica. Molti altri erano progetti educativi veramente interessanti, anche se sempre a budget fortemente ridotti. Insegnavo agli studenti universitari le teorie e le tecniche cinematografiche e forse questa era la cosa più appagante di tutte, ma l’insegnamento non era il mio obiettivo primario. Cio’ che volevo fare era solo una cosa, ma la carriera del direttore della fotografia è lunga e problematica, in un paese dove la cultura stava “appassendo” non vedevo per me una prospettiva, non riuscivo a capire quale era la strada giusta da percorrere.

Quali erano gli sbocchi per un Direttore della Fotografia? Pensi sia una carriera ancora possibile in Italia?
In italia gli sbocchi per un giovane appassionato di cinema che volesse esprimere la sua visione del mondo e comunicare qualcosa erano davvero pochi. Forse se avessi avuto un nome, un appoggio, o magari avessi aspettato di arrivare a 50 o a 60 anni, chissà… Ma io non sono mai stato tipo da aspettare troppo tempo per raggiungere degli obiettivi, cosi, stufo dell’ineluttabile quotidianità e l’affossamento culturale che ormai sentivo opprimermi, accortomi di non apprendere più qualcosa di nuovo decisi che, se volevo seguire il mio sogno, dovevo cambiare rotta.
Nessuno ti apprezzava veramente per ciò che sapevi e per cio che realizzavi: fare direzione della fotografia non significa affatto accendere una telecamera, un paio di luci e pigiare il bottone rosso per registrare cio’ che ti sta davanti: la questione e’ molto piu’ complessa e delicata. La conoscenza della composizione fotografica, dell’esposizione, delle lenti, dei movimenti macchina e soprattutto dell’illuminazione è ciò che davvero importa, un lavoro invisibile, ma che alla fine dei conti è ciò che ti “incolla” allo schermo, ti fa piangere e\o ridere, ti far star male o bene. Quello che il grande maestro Caravaggio gia’ faceva utilizzando la tela.
Capire cosa significa non è facile, ma nel nostro paese lo è sempre di più. Tutti pensano che sia una professione semplice, tanto più oggi che con le tecnologie digitali tutto sembra davvero più facile e veloce, ma non è proprio così, la tecnologia va saputa utilizzare: e’ una “arma a doppio taglio”.

Grazie alla borsa di studio offerta da Bernardo Bertolucci hai deciso di cogliere l’occasione di studiare alla New York Film Academy. Avevi già deciso di lasciare l’Italia?
Non avevo deciso di lasciare l’Italia, ma stavo rimuginando qualcosa, dentro di me qualcosa stava bruciando. Un giorno, un po’ per gioco, un po’ per scherzo, Mariangela Scalzi mi disse che avremmo davvero dovuto aprire le nostre menti altrove per continuare a crescere, altrimenti saremo pian piano appassiti e così, trovando interessante il corso di cinematografia alla New York Film Academy ed avendo scoperto l’opportunità della borsa di studio “Bernardo Bertolucci”, che a suo tempo copriva metà della retta annuale, nonché estremamente affascinato dalla grande mela e da tutte le storie che si conoscono su di essa, decisi di partecipare all’assegnazione di quella borsa di studio. Avevo quasi dimenticato di averlo fatto, ma da lì a qualche mese mi arrivò la comunicazione della sua assegnazione: era giunto il momento di andarsene.

Com’è stato l’ “impatto” con New York? Eri pronto per un cambiamento così importante?
Non ero prontissimo, ma ho trovato davvero una seconda casa a New York ed oggi sono ancora qui e ne passerà di tempo prima che torni stabilmente in Italia. Lo dico con rammarico, mi manca tutto, ma ad essere sincero mi ritengo molto fortunato poichè, in un momento davvero difficile, sono stato spinto dalla mia famiglia e dalle opportunità che avevo davanti a cercare di realizzare il mio sogno altrove. Come se non bastasse Viola, la mia dolce metà e motivo d’esistenza, mi ha raggiunto qui nella grande mela… pian piano i sogni sembrano diventare realtà.
A New York ho trovato un mondo dove potermi davvero esprimere ed essere apprezzato. Sono cresciuto moltissimo da un punto di vista professionale, umano ed artistico. In questo Paese, se sei bravo e competente, non importa come ti chiami o quanti anni hai: le persone sanno riconoscere ciò che sei e ciò che sai fare.

Che tipo di opportunità lavorative si sono presentate dopo la New York Film Academy?
Dopo il corso intensivo di cinematografia ho subito iniziato a lavorare come assistente all’insegnamento all’interno della NYFA e questo mi ha permesso di continuare a conoscere registi e sceneggiatori di tutto il mondo con i quali ho realizzato dei progetti molto belli e che mi hanno anche dato l’opportunità’ di mettere in pratica tutto quello che avevo imparato durante il corso appena concluso.
Ho iniziato sempre più frequentemente a lavorare come direttore della fotografia e nel frattempo ho deciso di migliorare la mia posizione all’interno dell’accademia e di diventare insegnante. Superato il test ed ottenuta la licenza di insegnamento dal dipartimento dell’educazione dello Stato di New York ho iniziato ad istruire gli studenti all’uso della camera e della luce all’interno dei corsi di cinematografia e regia presso New York Film Academy. Sono stato coinvolto in progetti sempre più ampi e di grande respiro e ad oggi non solo vengo riconosciuto come professionista, ma la mia parola e supervisione, da un punto di vista cinematografico, viene presa davvero in considerazione.

Hai di recente vinto la lotteria per la famigerata Green Card. Ci racconti come hai partecipato e qual è l’iter burocratico per ottenerla?
Durante un roof top party, il mio “battesimo” a NYC, su invito di amici di amici, ho conosciuto un ragazzo italiano che aveva da poco vinto la lotteria di cui parli. Non ne avevo mai sentito parlare e il giorno dopo ho cominciato subito una lunga ricerca in rete. Dopo due giorni ero nel sito del governo americano a compilare il form per partecipare alla prossima estrazione. La green card appartiene a te, non dipendi da nessuno, almeno quella che si vince. La green card ti permette di lavorare, fare qualsiasi tipo di mestiere, non dipendere da nessuno e… la devi rinnovare ogni 10 anni, ma è per sempre! Hai alcune restrizioni: non puoi lasciare il paese per piu’ di sei mesi, ma è davvero il passaporto per il “nuovo mondo” o almeno… sei libero di entrare ed uscire senza piu’ restrizioni, senza piu’ impedimenti di mobilita’ che a volte sembrano anche un po’ assurdi se ci si pensa bene.
Ho partecipato il primo anno cosi, quasi per gioco e niente di fatto, ho ripartecipato il secondo anno ed è stato il colpo di fortuna. A Maggio 2012 ho ricevuto la notizia della vincita. Ora è luglio 2013 e sono ancora nel processo di ottenerla dopo una lunga serie di documentazione da presentare all’ufficio immigrazione. L’iter burocratico è lungo, la burocrazia sembra uguale d’dappertutto: vogliono sapere tutto su di te, soprattutto se sei qui da qualche tempo ed hai gia’ ottenuto diversi visti, come nel mio caso. Presto dovrò sostenere l’intervista, “Finger crossing”, come si dice da queste parti. Ottenerla per me è come liberarmi, liberarsi alla fin dei conti da tutta la burocrazia che rallenta il mondo che a mio parere dovrebbe vedere una mobilita’ completa per ogni persona esistente.
In ogni caso credo proprio ne valga la pena per un premio cosi grande anche se trovo buffo chiamarlo premio e lotteria. Non è stravagante “vincere” un visto d’immigrazione?

Cosa consiglieresti ad un cineasta italiano che volesse lavorare nell’industria indipendente americana?
Cosa consiglierei ad un collega italiano?
Ovunque vuoi andare non perdere il cuore, la passione e tieni presente che gli studi teorici sul cinema sono fondamentali, poi ti servono studi pratici e tanta esperienza, ma in quanto italiani abbiamo una marcia in più, e raggiungere i propri sogni non è impossibile. Armati di pazienza, studia sempre, non sentirti mai arrivato, agisci con umiltà e lavora più degli altri. Ogni tanto chiudi gli occhi, respira, lì troverai l’arte e, come mi ha sempre detto un mio grande maestro: “dalle sofferenze e dalle notti insonni ricaverai le opere d’arte più grandi che tu abbia mai pensato di realizzare” (Luca Bigazzi). Poi ogni tanto… prenditi una pausa e vattene in vacanza in un paese lontano, assimilando ogni colore che quel posto ha da offrirti e poi…icomincia daccapo.
La strada è lunga, lunghissima, io sono appena all’inizio, ma con la consapevolezza che nessuna salita mi fermerà.
Ci sono luoghi dove i sogni sembra possibile realizzarli, altri posti dove sembra impossibile. Cerca quelli che te lo permetteranno, gli altri li frequenterai quando sara’ il momento.
In ogni caso… mai smettere di seguire i propri sogni. Solo cosi potremo dire di non aver vissuto in vano.