Intervista a Nicole Cimino, Attrice e Filmmaker

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 02 dicembre 2013

Biografia: Nicole Cimino nasce a Roma il 4 Ottobre 1983, da una famiglia di commercianti. Viene introdotta al tennis e per anni segue la carriera di atleta: tennis, atletica leggera, nuoto. Quando un permanente danno al braccio la allontana dal tennis, si avvicina alla danza e alla recitazione. Inizia a 14 anni a dedicarsi al teatro, per poi allontanarsene per seguire una vita diversa a Milano, dove si laurea in Relazioni Pubbliche e Pubblicità. Ma nel 2005 ritorna a Roma per riprendere la sua carriera artistica, lavorando in progetti teatrali, in progetti di cinema indipendente e TV. Si trasferisce per un breve periodo a Madrid per poi decidere di seguire un sogno che aveva da bambina, lavorare negli Stati Uniti e essere un’artista internazionale.

Mentre impagino questa intervista Nicole Cimino è su un aereo diretta ad Atlanta. Dal nostro primo incontro, avvenuto a New York nel maggio di quest’anno, ho avuto modo di conoscere Nicole e di seguire alcuni dei suoi mille progetti. Per sempio l’ho vista in azione sul set del music video Club of Rome, da lei diretto, l’ho vista arrivare finalista ad un importante festival di New York con il suo documentario The Paper House report, non l’ho vista per alcuni periodi… dato che stava girando, montando o producendo un nuovo progetto insieme a Luigi Benvisto! Nicole Cimino è come New York, non dorme mai, non si riposa mai. La sua curiosità e la sua voglia di mettersi alla prova la portano a ricercare sempre nuove sfide e non importa che si tratti di regia, montaggio, scrittura, recitazione, produzione o altro… Nicole riesce a fare tutto con la massima professionalità.
Questa intervista è rimasta chiusa in un cassetto per mesi, il tempo di realizzare un mio progetto, L’Amore Corto (short film), grazie anche a Nicole che ne è protagonista insieme a Jacopo Rampini e il tempo di incontrala nuovamente qui a Roma, dove è rientrata giusto il tempo di una vacanza.
Adesso che Nicole è in viaggio, pronta ad iniziare un nuovo capitolo della sua vita, pubblico questa intevista per augurarle attraverso Farespettacolo un grande in bocca al lupo, sperando di poterla incontrare nuovamente, chissà dove.

Nicole, tu hai inziato a recitare fin da piccolissima e negli anni hai sempre coltivato un rapporto con il teatro e la recitazione. Come mai hai inizialmente scelto una strada diversa e hai deciso di studiare marketing a Milano?
Se ripenso a quello che ho fatto, adesso sorrido, perché sono consapevole che è stata una scelta dettata dalla paura di assumermi la responsabilità di una vita artistica. Quando ero piccola e passavo le mie giornate a creare personaggi e immaginare storie, e dicevo di voler fare l’attrice o la regista o la scrittrice, tutto era senza intenzione, nasceva dall’istinto e dalla gioia. Poi ho iniziato a studiare recitazione al liceo e insieme al mio maestro Thomas Otto Zinzi ho iniziato a prendere sul serio la professione, ma non ancora come scelta di vita. Andavo in scena, mi divertivo, ed ero sempre più affascinata dal mestiere. Pensavo: quale mestiere può essere più bello di uno in cui vengo pagata e applaudita per giocare per sempre? Quando dopo diversi anni di lavoro insieme, Thomas mi disse: ti preparo per il provino all’Accademia d’Arte Drammatica. Ho pensato: allora adesso si fa sul serio… E per quanto il mio cuore e la mia intuizione mi dicessero che era ciò che desideravo, la mia mente mi diceva: ma che sei matta? L’attrice? Lascia stare, finirai per non avere una lira, essere disperata, lavorare in un ristorante come cameriera per avere il tempo libero di fare provini, aspettando l’occasione e il momento giusto…e non è detto che avere talento sia ciò che basta per raggiungere una stabilità professionale nel mondo artistico. Insomma se la bellezza di essere bambini è di chiudere gli occhi e buttarsi con fiducia e curiosità, il problema di essere adulti è che a volte si perde quella fiducia, quella voglia di rischiare solo perché si sente che è la cosa giusta in quel momento. Quindi presa dal panico di una decisione imminente rispetto alla domanda: allora, cosa vuoi fare dopo il liceo? Cosa vuoi fare da grande? Ho pensato, come il personaggio di Masha nel Gabbiano di Checov, che potevo estirpare il mio amore dal cuore..andando lontana…a curarmi di altre cose…, ho calcolato tutte le variabili e le probabilità e mi sono spaventata. Senza contare che a 16 anni ero assolutamente insicura di me, delle mie scelte, e delle mie capacità. Ci sono voluti anni, tante esperienze, supporto e riconoscimento per trovare il coraggio di credere in me stessa, e di essere sulla strada giusta. E ancora oggi, ogni tanto barcollo. Diciamo che a quel tempo il mio ego rispondeva: vado a studiare Marketing perché voglio diventare una brand-mananger e curare l’organizzazione di eventi culturali. (Sono stata sempre assolutamente impeccabile nel raccontare a me stessa quello che avevo bisogno di credere). Inoltre ricordo che volevo assolutamente andare a vivere da sola, volevo andare via da Roma, mettermi alla prova, crescere, e smettere di avere paura di tutto e di ripetermi costantemente di non essere all’altezza. Volevo fare qualcosa di complicato e che non mettesse troppo in gioco il mio cuore. E ricordo che ad aumentare questo desiderio si aggiunse il fatto che l’estate prima della maturità, mentre ero in vacanza-studio a Malta, mi presi una cotta tremenda per un ragazzo che viveva in Brianza e ho pensato che Milano-Brianza fosse più sensato che Milano-Roma, insomma ho aggiunto a tutta questa follia anche un po’ di romanticismo tanto per mettere sul fuoco un sacco di cose e poter così giustificare quello che in quel momento mi raccontavo che fosse la cosa giusta.

Nel 2005 sei tornata a Roma dove hai investito molto nella tua formazione artistica, seguendo diversi corsi e workshop. Ci racconti come è iniziata la tua carriera di attrice?
Dopo aver terminato l’Università nel 2005 mi è successa una cosa simile a quella del liceo: il mio relatore della tesi mi offrì un lavoro nella Repubblica Dominicana per curare il piano marketing di un centro benessere e ho pensato: allora adesso si fa sul serio. Ma questa volta avevo una consapevolezza diversa e ho deciso di ascoltarmi. Così ho rifiutato il lavoro e sono tornata a Roma per riprendere a studiare recitazione seguendo corsi e workshop, ricordo che provai a fare il provino all’Accademia Silvio d’Amico, ma non passai le selezioni e quindi continuai a studiare in modo alternativo. Poi un giorno trovai su internet (in uno dei siti per casting, non ricordo quale) un provino per un lungometraggio indipendente Il passo silenzioso del cuore da girare in Calabria, diretto da Salvatore Asta, feci il provino e venni scelta. Essendo il mio personaggio uno dei protagonisti della vicenda, ho avuto la possibilità di sperimentare finalmente tutti quegli strumenti che stavo mettendo insieme con i miei studi. Inoltre proprio sul set di questo film, ho conosciuto l’attrice Mary Pasquarella (mia madre nel film) che mi disse: il tuo lavoro è meraviglioso, devi conoscere Francesca Viscardi e studiare con lei, ti adorerà. Così quando le riprese sono finite, sono tornata a Roma a conoscerla e ho studiato con lei per due anni. Ed è stato proprio in questo studio che sentii parlare per la prima volta di Susan Batson, questa acting coach meravigliosa che cura il lavoro di grandi star come Nicole Kidman, Juliette Binoche e molti altri e che ha il suo studio a New York. Così ho letto il suo libro Truth e approfondito il suo lavoro, sempre legato a quello che viene comunemente chiamato “Metodo” per semplificare un sistema di lavoro che è molto vasto da poter chiarire per tutte le influenze e sviluppi avuti a partire da Stanislavsky. Ho continuato a lavorare in teatro e in cortometraggi indipendenti, (come S.M. La violenza uccide di M. Pezzolla, Cattivi di E. Tubertini, Beware of the Dog di G. Bufalini, Provaci ancora Sam diretto da G. Quinto al Teatro Petrolini) ho lavorato in una delle puntate della docu-fiction Città Criminali di M. Iannelli per La7 e ho continuato a mandare il mio materiale ad agenzie, casting director ecc..cercando di mostrare il mio lavoro. Mi sono spostata per alcuni mesi a Madrid per un lavoro teatrale insieme alla mia amica e pittrice Angela de Sando per la mostra Soffioni e grazie a quest’esperienza ho capito che viaggiare e vivere in posti diversi libera una parte di me, sfida dei limiti e che ne ho bisogno per continuare la mia ricerca e la mia crescita come essere umano e per arricchire il mio lavoro artistico con nuove influenze e culture. Il viaggio inteso come vita trascorsa in luoghi nuovi e come scoperta di territori inesplorati di me stessa è per me un elemento necessario e vitale.


Quali sono i canali per fare questo lavoro in Italia?

Che domanda difficile. Che dire, la mia esperienza in Italia non è stata un’esperienza felice, quindi per me rispondere non è semplice e soprattutto posso soltanto ripensare a quello che ho provato a fare. Si può tentare la strada delle Accademie e seguire un tipo di percorso. Si può non seguire il percorso delle accademie come me e cercare di mostrare il proprio lavoro. Ovvio che aspettare di mostrare il proprio lavoro quando si viene scelti per il prossimo film distribuito nelle sale o nella prossima serie TV, direi che è pericoloso, in quanto si rischia di avere i capelli bianchi e anche un po’ di acidità di stomaco, salvo casi felici di incontri ravvicinati del terzo tipo, in cui per qualche magico motivo si conoscono le persone giuste, al momento giusto, senza essere raccomandati, amici o parenti. Quindi sempre osservando la mia esperienza, posso dire che molti lavori sono capitati perché un regista mi ha vista lavorare sul set di qualcun altro e ha apprezzato il mio lavoro, oppure un attore/attrice con cui avevo lavorato in un progetto ha parlato bene di me a qualcun altro che cercava un personaggio con le mie caratteristiche. Ricordo per esempio che la piccola parte in Provaci ancora Sam l’ho avuta perché durante le riprese di Beware of the Dog, (per cui feci un provino sempre attraverso un sito di casting e venni scelta) conobbi Valentina Marziali, lei aveva avuto una parte nello spettacolo in produzione di questa compagnia e cercavano un personaggio con le mie caratteristiche, lei ha fatto il mio nome, io ho fatto il provino e sono stata scelta. Insomma per mia esperienza, escludendo tutte le situazioni poco professionali in cui mi sono trovata e in cui le leggi del gioco sono altre e non mi interessano, direi che il mio consiglio è quello di produrre il proprio lavoro, e farsi conoscere. E non perché questo garantisca qualcosa, (anche se certamente aumenta le opportunità e possibilità di lavoro), ma perché l’atto di creare garantisce all’artista la sua dignità e il suo valore. Trovo più saggio creare e produrre uno spettacolo con le persone giuste e invitare casting director, agenti o registi, o produrre un corto e organizzare uno screening del proprio lavoro invitando anche personaggi dell’industria, (che certo sono liberi di partecipare o meno), investendo così in modo produttivo le energie e i soldi, piuttosto che pagare per workshop ai fini di incontrare registi/casting director/agenti o pagare per appuntamenti one-to-one che esistono anche qui in America, per conoscerli di persona e farsi vedere, come elemosinando delle attenzioni. Cose che ho sperimentato… Francamente questi ultimi esempi mi sembrano soltanto una fonte di business e sfruttamento di lavoratori e sognatori. Insomma il mio consiglio non è relativo solo all’Italia, ma a quello che dopo 15 anni di esperienza è divenuto il mio modus operandi ovunque mi trovo. Il percorso artistico è così complesso e soggettivo che è difficile trovare una linea di condotta per ottenere dei risultati, proprio perché non esiste.

Ad un certo punto hai scelto di lasciare l’Italia e di trasferirti a New York. Perché proprio New York? Cosa ti ha condotta qui e come hai mosso i tuoi primi passi nella Grande Mela?
Una serie di coincidenze. Erano circa 2 anni in cui sentivo di voler lasciar l’Italia, mi sono data un’ultima possibilità di intraprendere un percorso accademico e ricordo di aver preparato i provini per un anno intero, lo feci a Genova e lo feci a Milano, per alcune scuole ero già troppo grande. Poi ci fu l’esperienza di Madrid che mi aprì una serie di domande rispetto a me e alla mia carriera. Continuavo a valutare varie ipotesi…Madrid? Barcellona? Parigi? Sud-America? Canada? Stati Uniti? Australia? Nuova Zelanda? Insomma ogni possibile meta stuzzicava il mio interesse per motivi diversi. Poi un giorno mentre sistemavo delle vecchie scatole con i miei diari, ho trovato un foglietto datato 4 Ottobre 1996, era il giorno del mio tredicesimo compleanno e scrivevo questo: “Mi chiamo Nicole Pezzotti (Nicole Cimino è il mio nome d’arte) e sto frequentando la terza media dell’Istituto Santa Francesca Saverio Cabrini, quando finirò le medie voglio studiare le lingue, soprattutto l’inglese perché poi devo andare negli Stati Uniti e diventare una star come Nicole Kidman o Jodie Foster, così il mio nome sarà su tutti gli schermi”. Ovviamente la prima reazione è stata una risata, poi mi sono commossa… ho pensato a quanta chiarezza avevo quando ero bambina, e ho realizzato che avevo mantenuto la prima promessa: studiare lingue. L’ho fatto, mi sono diplomata al liceo linguistico e ne parlo quattro, ma poi mi sono fermata e non ho seguito il sogno nel cassetto di quando ero piccola. Credo che quel foglietto sia stata la molla e la decisione di prendere quell’aereo. Il fatto di New York…quello non era stato specificato. Sono state altre due coincidenze. Volevo andare nella città dove avrei potuto studiare con Susan Batson, proprio seguendo il filo conduttore delle coincidenze e pur avendo una sede a New York e una a Los Angeles, ho scoperto che lei lavora quasi esclusivamente a New York, quindi ho detto: ok, vada per New York. Pochi giorni dopo la scoperta del mio piccolo contratto con me stessa, ero a cena con un mio amico e lui mi disse: devi andartene via di qui. Vai a New York. Ho detto: sì, certo ci stavo pensando ma non conosco nessuno. E lui mi diede il contatto di Luigi Benvisto che poi è diventato il mio compagno e che è un direttore della fotografia e fondatore della casa di produzione Jack Boar Pictures di cui sono partner. Dopo aver fatto il biglietto e un visto turistico di 6 mesi, l’unica cosa che sapevo era l’indirizzo della scuola della Batson e che avrei trovato Luigi all’aeroporto JFK. Così dopo l’impresa di trovare un appartamento, ho iniziato a seguire lezioni nello studio sulla 43 esima e Ottava Avenue e tutto mi sembrava un sacco grande.

Dopo un visto turistico hai preso un visto F1 per studenti e successivamente hai ottenuto un visto artistico O-1. Ci racconti dell’iter burocratico?
Mamma mia, che calvario. Dunque quando sono arrivata sapevo di aver a disposizione solo 6 mesi quindi dalla prima settimana ero già in giro in centri dell’immigrazione di ogni tipo quelli cattolici con le suore e quelli con avvocati ebrei, insomma non ricordo quanti avvocati e vice-avvocati e segretarie di avvocati ho visto durante il primo mese di permanenza. Facevo file con tutti gli altri immigrati da ogni parte del mondo cercando delle risposte e delle soluzioni. Nessuno mi sapeva dire niente di significativo a parte: non si può fare. Ti serve uno sponsor. Ti serve una produzione che ti assuma per un lavoro, ti serve un’agente. In pratica mi stavano dicendo: si può fare se riesci a farti assumere a Broadway per un nuovo Musical. Dopo varie ricerche ho capito che mi serviva tempo e che la soluzione più semplice era ottenere un cambio di stato a studente, tale F-1. Così ho trovato la scuola d’inglese più economica e mi sono iscritta, ho mandato tutta una serie di documenti all’ufficio immigrazione e dopo un paio di mesi ho avuto la risposta di approvazione. Ovvio che non essendo un visto, se lasciavo il Paese non sarei potuta rientrare e avrei dovuto richiedere di nuovo il visto, e nessuno mi garantiva niente a riguardo. Per cui ho deciso di non spostarmi fino a ottenimento del visto giusto. Ne frattempo ho scoperto che il visto giusto era l’O-1, tale visto artistico che sembrava destinato soltanto a premi Oscar con contratti di lavoro con la Sony Pictures (questo a leggere ciò che veniva richiesto), per cui di nuovo a parlare con avvocati rispetto a questa specifica scelta. Sono riuscita dopo circa un anno a trovare gli avvocati giusti e iniziare il processo per il visto O-1, nel frattempo ho dovuto rinnovare per altri 6 mesi il permesso come studente e mi sono iscritta in una scuola di danza dove ricordo avevo lezioni di danza classica alle 9 di mattina e mi chiedevo, tutto ciò ha un senso? Insomma ero estenuata perché dovevo frequentare sempre le classi e nel frattempo dovevo andare allo studio di recitazione e continuare a mettere insieme tutto il materiale per il visto (interviste, foto, lettere di referenza, itinerario di lavoro per i seguenti 3 anni). Ho lavorato sodo con questi bravissimi avvocati e ce l’abbiamo fatta. Sono stata due anni senza mai tornare a casa. Questa è stata la cosa più difficile.

A New York hai avuto la possibilità di approfondire le tue conoscenze e di fare numerose esperienze lavorative quali l’insegnante, la producer e la scrittrice. Quali sono i canali e gli sbocchi lavorativi per uno straniero a New York?
Se ripenso a tutte le cose che mi sono accadute e che ho avuto la possibilità di fare a New York in 3 anni mi sembra assurdo e impossibile, e sul serio ho la sensazione che ne siano passati 10. Ho lavorato come cameriera, gelataia, hostess, bar-tender, lavorato come attrice in diversi progetti indipendenti, e mi sono ritrovata per caso a fare una piccola parte in un film indipendente intitolato Don Peyote in cui hanno lavorato Dan Fogler, Anna Hathaway, Abel Ferrara; ho insegnato recitazione nello studio di Susan Batson e lavoro come acting coach privatamente, ho studiato editing e lavoro come editor e ho scoperto questa passione per il montaggio, mi sono trovata a lavorare come assistente alla camera senza saperne nulla, e ho imparato sul campo a cambiare le lenti, posizionare un tre-piede, prendere i fuochi, o fare un camera- report. Ho scritto, e diretto uno short-documentary The Paper House Report e ho avuto diversi screening e interviste con giornali come The Villager, New York Times EastLocal. Buffo, pensavo di arrivare e lavorare solo come attrice e mi sono ritrovata a fare tante di quelle cose che faccio fatica ad elencarle. Ho fatto un corso di produzione e ho iniziato a lavorare come produttrice, lavoro come free-lance per una società di produzione che si occupa di voice-over e traduzioni e mi occupo di traduzioni di molte serie TV di Cartoni animati della Rai o di Mediaset che vengono poi distribuite in lingua inglese. Sempre in questa società mi è stata fatta una proposta di lavoro come producer che ho rifiutato perché ho bisogno di avere una maggiore flessibilità per i miei progetti artistici. Grazie a questa città piena di stimoli e proposte ho cambiato la visione di me. Ho scoperto il filmmaking, ho iniziato a vedere la possibilità di essere dall’altra parte della camera e molte altre cose.

Ti consideri ancora un’attrice o la tua carriera sta prendendo altre direzioni?
Non amo le definizioni, come scrive anche Kierkegaard “mettetemi un’etichetta e mi avrete annullato”, credo infatti che l’essermi definita attrice per tanti anni abbia bloccato tutta la mia creatività. Sono anche un’attrice, ecco. Preferisco dire così. Mi vedo in trasformazione e in evoluzione. Lo scorso inverno ho partecipato ad un workshop con la Labyrinth Theatre Company, una compagnia di teatro indipendente che è nata negli anni ’90 come moto di protesta nei confronti di un sistema in cui l’attore è solo attore, e che ha sviluppato negli anni un gruppo di attori/scrittori/registi/produttori che collaborano e di cui fanno parte anche personaggi molto conosciuti come Philip Seymour Hoffman per fare un esempio…Un’esperienza stupenda che ha sicuramente contribuito allo sviluppo del mio interesse per la scrittura…Dopo queste 5 settimane di lavoro, ognuno doveva presentare un lavoro teatrale di 3 minuti, scritto, diretto, prodotto, interpretato con almeno un altro attore/attrice e così ho scritto questo testo dal titolo Lollipop, una scena tra due bambine interpretate da adulti che rivelano in modo freddo e disincantato alcune verità atroci la notte di Natale, e che ha come riferimento Aspettando Godot di Beckett. Ricordo che la gente ha riso tantissimo, che una delle insegnanti di scrittura mi ha incoraggiata a scrivere l’intera opera perché i personaggi erano bellissimi e che per me, la sensazione più bella non era stata l’essere in scena, ma l’aver scritto e raccontato una storia e che la gente si era entusiasmata nell’ascoltarla. Ho sempre desiderato scrivere e in qualche modo l’ho sempre fatto, ma non ho mai avuto la consapevolezza che fosse la cosa in cui mi sento più felice e più a mio agio. Ho fatto un percorso come attrice che continuerò, ma credo che tutto il mio interesse fosse legato alla comprensione dei personaggi e alla possibilità di raccontare delle storie ed è molto più chiaro per quale motivo non ho mai amato particolarmente gli occhi puntati addosso, che normalmente gli attori desiderano. Ho finalmente tradotto una collezione di poesie che avevo da anni, sto scrivendo una collezione di monologhi di animali, e altri progetti per il teatro tra cui appunto l’intero Lollipop. Ho terminato la sceneggiatura di uno dei cortometraggi ispirati dalla collezione di poesie che vorrei produrre in Autunno e che sarà il primo della collezione e di cui curerò la regia. Ho scritto e diretto un music video per una canzone dance che presto verrà rilasciato e che è stato prodotto dalla Jack Boar Pictures. Ho terminato un corto che ho scritto, diretto e interpretato e che è ora in post-produzione dal titolo I WANNA SH!T FEATHERS, che è un grido surreale nato dalla mia esperienza con l’immigrazione. Ho ripreso in mano il pianoforte che avevo accantonato, e sto portando avanti il progetto di un album con alcuni miei pezzi e con quelli del mio amico chitarrista Derek Schiavone. Per ora nell’estate mi dedicherò al primo pezzo con il mio amico e produttore Davide Berardi e poi si vedrà. Sì, direi senz’altro la mia carriera sta prendendo altre direzioni.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Hai in programma di tornare in Italia o pensi di costruire il tuo futuro negli USA?
Ho finalmente terminato il mio testo su Anna Magnani, A night with Nannarella e finalmente quest’estate inizierò le prove dello spettacolo che debutterà a fine Settembre, vorrei aprire lo show il 26 Settembre, esattamente l’anniversario della sua morte. Sicuramente proverò a mandare il testo a dei festival così da poterlo portare in giro se verrà scelto. Questo sicuramente è il mio primo progetto, ma come dicevo c’è il progetto dell’album, c’è il progetto del libro dei monologhi di cui vorrei fare anche un’istallazione teatrale con dei musicisti. Ci sono alcuni progetti per il teatro che voglio iniziare a scrivere, l’idea di un film da sviluppare, ci sono due lungometraggi da produrre e la collezione dei corti. In più ho il progetto di un centro culturale che vorrei aprire con una mia cara amica ma che è ancora in fase di incubazione. Penso di lasciare New York appena sarà possibile, dopo lo show e dopo il lavoro che ho come acting coach per un film che dovrebbe terminare a inizio 2013. Come dice anche il Big Kahuna….”stai a New York per un po’, ma vattene prima che ti indurisca…”, vorrei andare sulla West Coast, credo di andare un paio di settimane quest’estate a vedere Los Angeles, rivedere San Francisco e poi vorrei vedere Portland, penso che la mia esperienza negli States sia ancora lunga e piena di sorprese, credo di stare qui fino all’ottenimento della Green-Card in modo da poter poi più liberamente stare 6 mesi qui e 6 mesi ovunque desidero. L’Italia è un posto dove penso di poter tornare se nasceranno progetti di cui vorrò far parte o nei quali sarò chiamata ad essere parte. Non credo di fermarmi in un posto per sempre.

Cosa consigli ad un attore italiano che volesse intraprendere un percorso simile al tuo?
Direi di buttarsi dietro le spalle tutti I Se e I Ma, di chiudere in un cassetto I dubbi, buttare fuori dalla finestra le aspettative e se a quel punto il cuore dice che è il momento di andare, beh, non avere paura.