Intervista a Ruben Mazzoleni, Regista di SHEER

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
giovedì, 18 aprile 2013

Biografia: Ruben Mazzoleni è un regista italiano che vive a New York. Il suo ultimo cortometraggio diretto in Italia, RedЯum è stato in concorso al Torino Film Festival. Mazzoleni ha lavorato per diversi anni come assistente alla regia per film TV come Maria Montessori: una vita per i bambini diretto da Gianluca Maria Tavarelli, e lungometraggi come La Terza Madre diretto da Dario Argento e I Demoni di San Pietroburgo diretto da Giuliano Montaldo. 
Nel 2008 si trasferisce a New York, dove consegue un master di regia presso la New York Film Academy. Il suo cortometraggio di tesi, Angels, è stato in concorso in diversi festival in tutto il mondo e ha vinto l’Aloha Accolade Award presso l’Honolulu Film Festival. 
SHEER è il suo primo lungometraggio, distribuito da Slow Cinema e Microcinema in uscita nelle sale italiane il 18 Aprile.

Se ripenso all’incontro con Ruben Mazzoleni, avvenuto in modo del tutto fortuito durante il concerto dei Sigur Rós al Madison Square Garden (e non è per niente facile incontrarsi al Madison Square Garden!), penso che solo in una città grande come New York può succedere che due italiani “damsiani” si incontrino e trovino il tempo e il modo per fare conversazione. Questa intervista nasce da quell’incontro e noi di Farespettacolo abbiamo deciso di pubblicarla in concomitanza dell’uscita di SHEER nelle sale italiane. Sperando che sia di buon auspicio per una giovane promessa del cinema italiano….made in USA.

Ruben, tu hai deciso di voler fare cinema già da giovanissimo, quando è iniziata la tua carriera da regista?
Se per carriera intendiamo l’inseguimento del sogno, ho iniziato a 18 anni, quando ancora frequentavo il liceo. Grazie anche a mio fratello che mi incoraggiò molto in quel caso, prendemmo una vecchia telecamera digitale (vecchia e malfunzionante per la registrazione audio…) e girammo un corto di 10 minuti con alcuni amici come protagonisti. Si intitolava Una Torino di Notte e parlava dei ragazzi della Torino bene che, annoiati, cercavano nell’alcool e nelle situazioni pericolose in genere un tipo diverso di svago. Il risultato finale aveva parecchie cose da rivedere, ma almeno ci divertimmo molto e iniziai a muovere i primi passi dietro una macchina da presa.

Quando, per la prima volta, hai sentito di aver raggiunto il tuo obiettivo?
Io l’obiettivo non lo reputo raggiunto ancora adesso! Di strada da fare ce n’è ancora così tanta che preferisco non pensarci neanche, tenere la testa bassa e lavorare per fare sempre meglio. Sicuramente l’incontro con Gaetano Renda (il distributore di SHEER) mi ha dato un enorme incoraggiamento e la consapevolezza che sto muovendo i passi giusti, ma il traguardo è parecchio lontano.

Parliamo della tua formazione, dopo aver frequentato il Dams a Torino ti sei iscritto alla New York Film Academy a New York, credi che al giorno d’oggi, frequentare un’università o una scuola sia un percorso indispensabile da compiere per legittimare il mestiere di regista?
Assolutamente sì. Credo che un percorso formativo sia indispensabile come nel 99.9% di tutti i lavori. Il regista è un mestiere e i mestieri si imparano, chi crede che il talento sia il 90% a mio avviso si sbaglia. Io credo che il lavoro, la ricerca, lo studio e la fatica siano il 99%, poi chi ha quell’ 1% di talento avrà la strada leggermente più facile, ma senza tutto il lavoro a monte, il solo talento non ti porta da nessuna parte.

Quando hai maturato l’idea di vivere in un altro paese?
L’ultimo anno di Università. Lavoravo come Assistente alla regia già da diversi anni e mi mancavano un paio di esami per laurearmi, ho iniziato a guardarmi in giro e ho avuto paura che non ci fosse proprio spazio per un nuovo aspirante regista nel cinema italiano in quel momento. La NYFA mi dava due enormi opportunità, innanzitutto un aggancio per spostarmi a New York, la capitale mondiale del cinema indipendente, e poi di mettere le mani su equipaggiamento che da assistente alla regia avevo solo visto da lontano. In pochi mesi all’ Academy ho imparato a caricare la pellicola su ogni tipo di macchina da presa, a settare tutti i parametri migliori sulle nuove tecnologie digitali, a usare Final Cut e via dicendo. Diciamo che ho scoperto la Film Academy al momento giusto in cui sentivo la necessità di migrare.

Pensi di tornare prima in poi in Italia?

Mi Piacerebbe molto tornare in Italia un giorno. Sto solo aspettando che si creino i presupposti per un ritorno produttivo e sono convinto che succederà perché il cinema italiano ha ancora molto da dare al mondo.

In Italia molti cineasti indipendenti (soprattutto esordienti) devono saper ricoprire più ruoli al contempo. Qual è la tua esperienza? Credi sia possibile fare “solo” il regista o è necessario saper essere anche produttori, manager di se stessi?
Un regista, specie nel mondo indie, deve saper ricoprire mille ruoli sul set. Nelle mega produzioni hollywoodiane ci sono due tecnici per ogni ruolo, su un set indipendente no. Credo che il miglior regista del mondo, oltre che essere bravissimo a dirigere gli attori, debba avere buone conoscenze di fotografia, di formati video, di luce, costumi, costi di produzione ecc. quindi credo che di fatto il termine Regista già racchiuda in sé molte altre professioni.

Raccontaci del tuo film, com’è nata l’idea di Sheer? Cosa ti ha indotto a girare un film interamente in bianco e nero?
L’idea di Sheer è venuta a me e al produttore, Juan Cruz Pochat, diverso tempo fa. Abbiamo parlato per molto tempo dell’idea di sviluppare un film sull’amicizia con una borsa come ostacolo e pericolo, un oggetto misterioso che avrebbe gettato ombre sulla profonda amicizia dei personaggi. Appena abbiamo visto l’opportunità di realizzare il film ci siamo buttati senza mai avere un ripensamento o un dubbio, e credo che anche questa cieca determinazione, anche un po’ eccessiva forse, si veda anche sullo schermo. Dopo aver scritto la prima versione del film ci siamo subito resi conto di avere tra le mani un film da “tutto o niente” e che il bianco e nero fosse l’unico modo per rappresentare la nostra storia.

Sheer è stato girato con un budget di $50.000 in una location “naturale” quale New York, com’è stata la tua esperienza dietro la macchina da presa?
L’esperienza è stata meglio di quello che mi sarei aspettato, infatti il set mi manca moltissimo e non vedo l’ora di girare il prossimo film. New York è la tela perfetta per ogni genere di film e sicuramente essere residente della grande mela da cinque anni mi ha facilitato il compito.

Quali pensi siano le condizioni minime per realizzare un prodotto di qualità?
Credo che per fare un film di qualità servano principalmente delle buone idee e la determinazione da parte di tutti per realizzare quelle idee al meglio. Se c’è questa volontà da parte di tutti gli interpreti è davvero difficile realizzare qualcosa di brutto. Poi de gustibus non disputandum est, quindi ogni film può piacere o meno ad un determinato pubblico.

Cosa ci racconti riguardo la distribuzione del film? In Italia si parla spesso di registi e film “invisibili”, di un numero consistente di opere audiovisive prodotte ogni anno che per vari motivi non riesce ad accedere ad alcun circuito distributivo. Qual è la tua esperienza? Pensi che sia un problema solo italiano o è così anche in America?
La mia esperienza è troppo positiva e temo non possa essere presa in considerazione. Io ho inviato una copia del film a tantissime case di distribuzione in tutta Italia e ho trovato in Gaetano Renda il distributore dei miei sogni che crede in questo film quanto ci credo io. Il mio augurio è che ogni regista trovi il suo Gaetano Renda…
Purtroppo in tutto il mondo, non solo in Italia o America, più del 60% dei film prodotti ogni anno non trovano alcun accordo di distribuzione, bisogna essere tanto bravi quanto fortunati.

Cosa consigli a quanti vorrebbero fare un’esperienza lavorativa a New York? Quali sono i canali per lavorare in una casa di produzione o altro?
I canali non sono semplici e purtroppo anche qui servono molti agganci e conoscenze. Non a caso io ho creato la mia casa di produzione e cerco di costruire dei team affiatati per ogni progetto. Il grande vantaggio che c’è qui sono le risorse professionali. Parliamo di una città con migliaia di attori, centinaia di direttori della fotografia, fonici ecc. non è quindi troppo difficile trovare le persone giuste per ogni progetto.