Intervista a Stella Toppan, Attrice

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 30 giugno 2014

Biografia: Stella Toppan nasce a Lecco e cresce in un paese del lago di Como insieme al fratello minore, appassionato di musica. Fin dalla tenera età, la madre introduce i due figli al mondo dello spettacolo portandoli regolarmente a Milano, dove si svolgono i casting e i vari servizi fotografici. Stella, che si rivela spigliata e disinvolta di fronte alle telecamere, inizia ad avvicinarsi al teatro e fin da giovane recita in piccole produzioni. Dopo il liceo si trasferisce per alcuni mesi a Dublino per praticare l’inglese mentre, l’anno successivo, inizia a lavorare nell'attività di famiglia e continua a seguire corsi di teatro, canto e danza a Milano. Dopo circa tre anni decide di trasferirsi a Roma per intraprendere in modo professionale la carriera attoriale. New York è la meta successiva del suo percorso, dove debutta sia a teatro, si al cinema. Stella è profondamente ispirata dal Neorealismo, dalla Nouvelle Vague e dai film di Cassavetes.

Stella, quando nasce la tua passione per il teatro e quando hai deciso di farne un mestiere?
La mia passione per il teatro nasce all’età di circa 15 anni, quando vidi delle locandine nel paese della mia città che sponsorizzavano un corso di teatro. Incuriosita, andai a parlare con il direttore artistico della compagnia, Isaac George, e mi disse che i corsi sarebbero iniziati dopo qualche mese, ma nel frattempo aveva un ruolo adatto a me nello spettacolo teatrale che stava producendo. Si chiamava: “Questa casa è un bordello!”. Era una commedia molto divertente, con attori conosciuti nella scena milanese; un’esperienza indimenticabile. Dentro di me, sapevo di voler fare di quell’arte, il mio mestiere.
Recitare è stato il veicolo che mi ha aiutato a superare la mia introversione e timidezza. Ho sempre avuto fin da piccola un difetto di pronuncia della lettera “s”; il cosiddetto sigmatismo, che mi ha portato a chiudermi in me stessa perché ero costantemente vittima di bullismo da parte dei miei coetanei. Dopo il mio primo spettacolo teatrale decisi di andare da un logopedista che mi aiutò a correggere il difetto. Acquistai autostima ed ero fiera di potermi esprimere liberamente sul palcoscenico. Appena terminata la scuola superiore mi trovai di fronte ad un bivio, continuare a lavorare nell’attività di famiglia, un ristorante/bar/pizzeria, oppure rischiare tutto per un sogno nel cassetto. Incoraggiata anche da mia madre, decisi che valeva la pena provarci. Non volevo avere nessun rimpianto nella vita ed ho seguito il mio istinto, e di conseguenza il mio desiderio di diventare un’artista internazionale.

Dopo i primi spettacoli a Como e Milano hai deciso di investire nella tua carriera artistica trasferendoti a Roma per studiare alla Act Mulimedia di Cinecittà. È stato facile inserirti nell’ambiente teatrale romano?
Studiare all’Act di Cinecittà mi ha fatto scoprire nuovi mondi e nuove passioni; tra cui quella per il cinema e per il metodo d’insegnamento Stanislavskij-Strasberg, di cui conoscevo solo la teoria fino a quel momento. Credo che la vita sia fatta di tappe legate tra di loro da un filo sottile; io cerco sempre di imparare da qualsiasi esperienza mi si presenti di fronte e mi muovo lentamente verso la mia meta, come una lumaca che porta con sé la propria casa oppure il proprio bagaglio artistico nel mio caso. A Roma ho vissuto solo un anno e non ho avuto modo di inserirmi nell’ambiente teatrale perché appena finiti gli studi decisi di trasferirmi a New York. Devo dire che ho dei ricordi molto belli, soprattutto legati alle persone che ho incontrato, al mio amore a prima vista verso la città eterna, al mio interesse smisurato per la storia del cinema, recitare nei primi cortometraggi, le ore passate a leggere i copioni tra gli studi di Cinecittà dove Fellini girava i suoi film… Era tutto molto magico. Allo stesso tempo però ero delusa da sistema scolastico poco serio. Gli insegnanti erano molto bravi, ma poco valutati; decisi così che era tempo di cambiare aria.


Da Cinecittà a New York. Cosa ti ha portata a New York e come hai mosso i primi passi nell’ambiente teatrale newyorkese?

In conclusione del percorso di studi a Roma, la scuola aveva organizzato un seminario di una settimana con Elizabeth Kemp, membro dell’Actors Studio da circa vent’anni ed insegnante all’ Actors Studio Drama School alla Pace University di New York. Lei è famosa soprattutto per il “characterdreamworkshop”, un lavoro intensivo basato sulla trasformazione dell’attore nel personaggio grazie all’uso dei sogni, simboli e immagini che creano una speciale connessione tra l’anima dell’artista e l’anima del personaggio. Ogni attore aveva scelto un personaggio su cui lavorare e avevamo iniziato la preparazione circa un mese prima dell’arrivo di Elizabeth. A me affascinava molto la figura di Salomè, tratta dal dramma di Oscar Wilde. Iniziai così un percorso molto profondo, dove sperimentai veramente cosa significa immedesimarsi nel personaggio. Avevo aperto una miriade di porte e portoni dentro di me che erano rimasti chiusi da troppo tempo. Ho esplorato il mio strumento, ossia il mio corpo e le mie emozioni come mai avevo fatto prima; la mia forza creativa proveniva dal mio cuore e tutto fluiva magnificamente.
New York era una meta cui ambivo; una fantasia irrealizzabile fino a quando tutti i pezzi del puzzle si sono incastrati a perfezione. La mia insegnante romana aveva vissuto dieci anni a New York e mi è stata molto d’aiuto nella scelta, poi l’incontro con Elizabeth Kemp e la decisione di vendere il mio ristorante. Ero così libera di avventurarmi nella Grande Mela. Avevo 23 anni, sono partita con un’inglese basico e senza conoscere nessuno, a parte Elizabeth Kemp, da cui ho subito iniziato a prendere lezioni private. Mi ero iscritta ad una scuola di inglese che frequentavo tutti i giorni per circa sei mesi prima di intraprendere il percorso accademico alla “THE LEE STRASBERG FILM AND THEATRE INSTITUTE”. La scena teatrale newyorkese è vasta e molto svariata. Andavo spesso a teatro, leggevo molti testi in lingua e non vedevo l’ora di calcare i palcoscenici newyorkesi. Esiste anche una crescente comunità italiana con cui ho avuto la possibilità di lavorare, che mette in scena lavori di qualità.

A New York hai frequentato per due anni il”The Lee Strasberg Theatre and Film Institute”, completando così la tua formazione negli States. Cosa ti ha dato in più il metodo di insegnamento americano rispetto a quello italiano?
Il metodo d’insegnamento americano è molto diverso da quello italiano. Ognuno è libero di scegliere gli insegnanti che vuole e le classi che preferisce seguire, con un minimo di ore settimanali che devono includere recitazione, ballo e voce. È un metodo di lavoro basato sull’individualismo, mentre in Italia studiando tutti i giorni con lo stesso gruppo di persone si viene a formare automaticamente un legame forte e si è meno vulnerabili; perché ci si conosce tutti molto bene. Ricordo che sul volo da Milano diretto a New York conobbi una ragazza svedese; iniziammo a parlare delle nostre aspirazioni, del perché mi stavo per trasferire a New York e caso ha voluto che lei si stava per diplomare proprio alla Lee Strasberg. Mi aveva dato una lista di nomi d’insegnanti e di classi da seguire che mi sono stati molto d’aiuto. Dopo un provino con Rob Milazzo, un regista cinematografico che insegnava una classe pratica con attori e registi, sono stata presa sotto la sua ala e da allora è diventato il mio mentore. La sua passione per il cinema e la sua profonda conoscenza di quest’arte è stata contagiosa. Mi sono messa in gioco fino in fondo, ed ho avuto anche la fortuna di poter seguire un corso di filmmaking proprio diretto da lui. Facevamo lezioni di scrittura creativa, montaggio, fotografia, regia, suono e lavoravamo a stretto contatto con altri attori. Avevamo un progetto a settimana e a rotazione ci scambiavamo i ruoli; è stata un’esperienza incredibile perché si era creata una piccola famiglia di circa otto persone provenienti da ogni angolo del mondo, con la sfrenata voglia di fare cinema. Scoprii che stare dietro alla macchina da presa mi appagava molto, tanto quanto mi appagava starci di fronte. Così mi tolsi definitivamente di dosso la sola etichetta di attrice che forse mi limitava troppo.
Mi sono diplomata con due cortometraggi scritti, diretti e montati da me ed è stata la gioia più grande.
L’emozione di stare in un cinema e condividere con un pubblico la mia storia, vedere le loro reazioni e ascoltare critiche costruttive, è impagabile. Ero fiera di me e riconoscente al mio maestro che aveva visto un potenziale in me e ci ha creduto forse più di quanto ci credessi io. Iniziai così a lavorare professionalmente su set cinematografici soprattutto come costumista, production designer, assistente di produzione, e make-up artist.

A New York hai avuto modo di lavorare anche nel cinema e in televisione. Qual è stata l’esperienza professionale che ti ha dato finora maggiori soddisfazioni?
È molto difficile scegliere un’esperienza in particolare, ma forse quella che mi ha dato più soddisfazioni è stata arrivare al Festival di Cannes con un cortometraggio chiamato “Echo”, diretto da Djordje Djokovic dove io recitavo la parte di Floria, un’immigrante italiana negli anni 50. Ho lavorato a molti cortometraggi e lungometraggi che sono stati scelti da Film Festival importanti, e mi hanno dato molta più visibilità artistica, ma questo ha un valore particolare per me e per le persone splendide con cui ho collaborato. Il regista e la produttrice sono miei cari amici ed ho seguito da vicino il successo che sta avendo il prodotto di un lavoro sodo e coraggioso con persone di grande talento. L’esperienza di Cannes rimarrà sempre con me. Io e l’attore principale australiano Nathan Spiteri abbiamo deciso di unirci e di supportare il nostro lavoro insieme con il regista e la produttrice. Abbiamo trascorso una settimana intensa dove abbiamo avuto l’opportunità di conoscere tanta gente del settore e condividere la nostra passione. Un altro momento decisivo nella mia carriera attoriale è stato quando l’anno scorso, verso marzo, sono stata presa per recitare in uno show televisivo chiamato: “Caso Cerrado” che era trasmesso sul canale Telemundo. Era in lingua spagnola e dovevamo improvvisare una situazione creata per me ed altri attori dai produttori del programma. Mi sono lanciata; era la prima volta che recitavo in spagnolo ed avrei sempre voluto farlo. La produzione aveva badato a farmi avere il biglietto aereo per Miami, dove si girava lo show, un albergo prenotato per cinque giorni e autista a disposizione. Un sogno, in pratica! La puntata è stata trasmessa il 4 luglio dell’anno scorso ed è stato un successo nel mondo latino. Una vera soddisfazione!

Oltre che come attrice ti sei messa alla prova anche come regista e producer. Quali sono i canali e gli sbocchi lavorativi per uno straniero a New York?
New York è la terra degli stranieri; persone provenienti da ogni parte del mondo si ritrova qui con sogni, ambizioni e tanta speranza di poter avere una vita migliore. Esiste questo detto: “If you can make it here, you can make it anywhere”, ossia se ce la puoi fare qui, ce la puoi fare da qualsiasi altra parte, ed è assolutamente vero. All’inizio tutto sembra fantastico, i grattacieli, il mix di culture, le attività all’aperto, la lista sarebbe infinita…, ma dall’altra parte appena ti integri in questa società capisci che la realtà è ben diversa. Gli sbocchi lavorativi per uno straniero sono tanti, dipende sempre da quello che uno vuole fare, dalla propria situazione burocratica e dalla determinazione che uno possiede. La carriera artistica non è facile da perseguire in nessuna parte del mondo, ma soprattutto qui a NY, dove c`è tantissima competizione e tanto talento. Appena finita la scuola pensavo che tutto sarebbe stato facile; trovare lavoro nel mio campo e mantenermi facendo quello, ma ho invece dovuto imparare ad avere pazienza dando importanza ai piccoli progressi quotidiani. Anche se a volte può essere frustrante, bisogna credere nelle proprie capacità fino in fondo, perché io penso che NY ci siano opportunità che da un giorno all’altro possono cambiarti la vita.

Molti attori e artisti italiani hanno difficoltà a reperire informazioni riguardo al visto. Ci racconti il tuo iter burocratico per poter studiare e lavorare a New York?
Sono arrivata a NY con un visto F1 da studente. Dall’Italia mi misi in contatto con la scuola d’inglese che volevo frequentare e dopo aver spedito una serie di documenti, andai all’ambasciata americana a Milano che mi approvò il visto. Dopo mi sono iscritta al”The Lee Strasberg Theatre and Film Institute” ed hanno provveduto loro ad aggiornare il mio visto da studente, sempre F1. Terminati gli studi ho fatto l’applicazione a scuola per ottenere l’OPT, ossia un visto che mi avrebbe permesso di lavorare per un anno negli Stati Uniti, ma solo nel mio campo. Tutto è andato in porto, avevo i requisiti giusti e mi è stato approvato. Il passo successivo sarebbe stato un visto artistico, O1 che all’inizio vedevo come meta difficile da raggiungere. Invece presi un appuntamento da un avvocato che seguiva alcuni amici attori e decisi di provarci. Non avevo nulla da perdere ed ero determinata a restare legalmente nel paese. Iniziai a raccogliere articoli di giornali che parlavano dei miei spettacoli, film a cui avevo lavorato, lettere di raccomandazione, sponsor, contratti con produzioni teatrali e molto altro. Insomma ci sono voluti circa di un paio di mesi per raccogliere tutto, e circa tre per aspettare la risposta, che alla fine è stata positiva. Adesso sto rinnovando l’O1 e nel frattempo metto insieme la mia nuova applicazione per la tanto desiderata Carta Verde. Speriamo bene, dita incrociate!

Con altri artisti italiani hai formato la compagnia teatrale “La Bottega”, ci parli del vostro progetto e di cosa avete in cantiere?
“La Bottega” è nata dalla voglia di far conoscere, sia a un pubblico italiano che straniero, opere nuove, scritte da giovani talenti, con la passione per il palcoscenico. La compagnia teatrale è composta da tre attori ed una produttrice, tutti e quattro con studi ed esperienze diverse alle spalle. Non ci limitiamo soltanto a spettacoli teatrali, ma i nostri progetti futuri si estendono fino al cinema, con cortometraggi, lungometraggi e documentari già in cantiere. Il primo spettacolo che abbiamo prodotto si chiama: “Le mattine dieci alle quattro”, scritto da Luca de Bei, finalista al premio “Enrico Maria Salerno per la drammaturgia” 2007. Adesso stiamo lavorando a un dramma di Jean-Paul Sartre: “A porte chiuse”. I personaggi sono solo quattro, di cui uno, il Valletto, appare per pochissimo tempo, mentre gli altri tre sono costantemente presenti. La scena si svolge in un moderno quanto squallido hotel. Non si tarda a intuire che in realtà ci troviamo di fronte alla rappresentazione del più antico e tenace degli incubi: l’inferno.
Io interpreterò Inés Serrano, una lesbica, che ha sedotto una donna convincendola a uccidere il marito, che era anche suo cugino. Durante tutto il dramma Ines manipola le opinioni che Estelle e Garcin, gli altri due protagonisti, hanno di sé stessi e degli altri. È l’unico personaggio che non nasconde mai il proprio crimine né permette agli altri di fare altrettanto. “A porte chiuse” è uno dei miei testi teatrali preferiti, e sono onorata di portare in vita questo personaggio, così forte, aspro, provocante, ma allo stesso tempo vulnerabile.

Cosa consigli ad un attore italiano che volesse intraprendere un percorso simile al tuo?
Sicuramente gli consiglierei di partire senza pensarci troppo e coltivare le proprie passioni con pazienza e determinazione. Credo che ogni esperienza che si presenta sul nostro cammino serva per la realizzazione e per la conoscenza profonda di chi siamo. Tutto accade nel momento in cui deve accadere, ossia non possiamo forzare nessun evento su cui non abbiamo il potere, ma di certo possiamo creare il nostro destino e le nostre opportunità. Bisogna essere aperti a nuovi orizzonti, imparare e lasciarsi stupire dalla vita quotidiana, soprattutto in una città iperattiva come NY. Vorrei anche sottolineare il fatto che la realtà newyorkese non è per tutti; è una realtà dura e cruda, senza mezzi termini e dove la competizione è spietata. Bisogna stare con i piedi per terra e non farsi false illusioni; penso che alla fine sia una città di transizione. Sicuramente ti cambia nel profondo, ti fa diventare un guerriero per tutte le sfide quotidiane che devi affrontare, iniziando dalla ricerca dell’appartamento, al costo della vita, alla ricerca del lavoro e alla difficoltà nel creare legami forti e duraturi.
Ne vale sicuramente la pena, rifarei tutto quello che ho fatto, soprattutto perché mi sono goduta i miei studi, i miei cambiamenti di vita, nel modo più sereno possibile e senza aspettative o progetti a lungo termine. Un’altra cosa importante da prendere in considerazione è la burocrazia americana. Se state pensando di trasferirvi fate le cose in regola, non ci sono scorciatoie e di certo non volete bruciarvi l’occasione della vostra vita solo perché siete rimasti nel paese illegalmente o andavate a lavorare in nero con un visto da turista. In questi anni ne ho viste di tutti i colori purtroppo. Poi consiglierei di imparare bene l’inglese e seguire lezioni di recitazione con un insegnante americano, anche lezioni private, non necessariamente una scuola. È fondamentale crearsi un gruppo artistico di supporto, come io l’ho trovato nel LAB-NY creato da Jordan Bayne, regista ed insegnante alla Susan Batson Acting Studio. Tutti i martedì sera dalle 19 alle 22 mette a disposizione uno spazio creativo dove ognuno è libero di lavorare ai propri progetti, coinvolgendo il resto della classe. Partecipano, attori, registi, ballerini, scrittori che desiderano sperimentare e soprattutto crescere artisticamente. Jordan non si presenta in veste di insegnante, ma di collega; siamo uniti dalle stesse passioni e da critiche costruttive. Sono cresciuta moltissimo a livello artistico grazie anche alla conoscenza di persone splendide ed estremamente talentuose. Un’ispirazione continua.