Intervista ad Andrea Lodovichetti, Regista e Sceneggiatore

di Valentina Vincenzini

pubblicato su farespettacolo.it
lunedì, 03 giugno 2013

Biografia: Andrea Lodovichetti è nato a Fano nel 1976 ed attualmente vive a New York. Diplomato in Regia Cinematografica al Centro Sperimentale di Cinematografia, è stato assistente alla regia di Paolo Sorrentino per i film L’amico di Famiglia e Il Divo. Dal 2002 ad oggi i lavori di Andrea hanno ottenuto circa 80 tra premi e menzioni, tra i quali l’Italian Golden Globe (2009) e il "Looking for Genius Award" (Babelgum Film Festival) consegnatogli durante il Festival di Cannes 2008 da Spike Lee, Presidente di Giuria della competizione. Numerose ed importanti anche le selezioni in Festival Internazionali in ogni parte del mondo: Argentina, Australia, Bulgaria, Canada, China, Czech Republic, Estonia, France, Germany, Greece, Hungary, India, Ireland, Japan, Kenya, Macedonia, Morocco, Poland, Portugal, Russia, Scotland, Serbia, Spain, United Kingdom, Ukraine, United States. Inserito per due edizioni consecutive (2008 e 2009) nell'annuario Youngblood, dedicato ai giovani talenti italiani dell'anno, nel 2010 è stato selezionato tra i 200 migliori talenti ad un grande evento nazionale che ha avuto luogo a Roma (TnT Talent) dedicato a chi si è distinto a livello internazionale nei campi dell'arte, lo sport e la ricerca. Attualmente sta lavorando ad una serie di progetti (lungometraggi) da realizzare negli Stati Uniti.

Incontro Andrea Lodovichetti vicino al Flatiron Building durante una giornata afosa di inizio estate. Comodamente seduti ai tavolini di fronte Eataly parliamo dell’Italia, del cinema italiano e della nostra scelta (o necessità?) di parlare del nostro paese da lontano. Un paese che Andrea ama tantissimo ma che troppo spesso mette “in attesa” giovani professionisti come lui. In questa intervista Andrea Lodovichetti ci racconta la sua carriera, le soddisfazioni e le delusioni che lo hanno condotto a New York. Un nuovo “italians” quindi, con la valigia piena di progetti e le idee chiare su come realizzarli.

Andrea, quando hai deciso di voler lavorare nel cinema? Quando e come è iniziata la tua carriera di regista?
E’ stata una decisione maturata negli anni, una gestazione piuttosto lunga. Ad onor del vero, però, i primi sintomatici e prepotenti afflati di questa grande, totalizzante passione, sono emersi in tenera età. Mio padre è sempre stato appassionato di audiovisivi, dunque ho avuto l’opportunità, sin da molto piccolo, di poter metter mano e sperimentare “il Cinema” disponendo in casa di tutte le attrezzature e i mezzi tecnici per girare, montare, sonorizzare. All’inizio è stato poco più di un gioco, poi questo gioco è diventato via via più serio. Unitamente alla “pratica”, ho passato tantissimo tempo a vedere film e studiare Cinema. Soprattutto le biografie dei registi. La mia adolescenza è stata profondamente segnata da visioni e re-visioni di film di ogni genere. Stanley Kubrick, Federico Fellini, Steven Spielberg, David Lynch, Sergio Leone, Dario Argento sono stati i miei “eroi” di gioventù: muse ispiratrici di ricerche spasmodiche ed eccitanti, di continue ed entusiasmanti scoperte. Successivamente, dopo il liceo classico, ho deciso che quell’amore viscerale sarebbe potuto (e dovuto!) diventare il mio lavoro. E è partito ufficialmente il mio percorso.

Tu hai frequentato il DAMS di Bologna e, successivamente il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma. Quanto è stata importante la formazione che hai ricevuto per intraprendere questo mestiere?
Credo che la formazione sia fondamentale, in ogni ambito. Le scuole, se ben organizzate con programmi attenti e docenti qualificati, possono fornirti gli strumenti adeguati per lavorare con cognizione di causa ma poi… dipende da te. In larga, larghissima parte, dipende da te. Una penna e la conoscenza della grammatica non fanno di te uno scrittore. Non necessariamente. Nella mia esperienza, entrambe le scuole citate si sono rivelate fonti di vere e proprie “occasioni”, oltre ovviamente a provvedere alla formazione nell’accezione accademica e didattica del termine. Queste occasioni, che in molti casi ritengo esser riuscito a cogliere in modo piuttosto positivo, hanno conformato ogni volta la possibilità di poter fare un passo in avanti. Di aggiungere un altro tassello al precedente. Sempre forte di una determinazione e una cocciutaggine che non è mai venuta a mancarmi.

Al Centro Sperimentale sei stato notato da Paolo Sorrentino che ti ha scelto come assistente alla regia per L’amico di famiglia e Il divo. Ci racconti di questa esperienza?
Paolo era stato chiamato per tenere alla mia classe un laboratorio trimestrale sul “piano sequenza”. L’ho conosciuto in quell’occasione, facevo il 2^ anno di corso. Lui era in pre-produzione per “L’amico di Famiglia”, le riprese sarebbero iniziate proprio quando io avrei terminato di girare il mio cortometraggio “Il diavolo”, nel settembre del 2005: una tempistica perfetta! A Paolo ero piaciuto e di lì a pochi mesi mi sono trovato sul suo set come assistente alla regia. Esperienza faticosa ma eccezionale. Come quella, successiva, per “Il Divo”: sempre sotto l’egida di Davide Bertoni (il suo aiuto regista, altra persona straordinaria) fu un’avventura forse ancor più dura ma altrettanto esaltante. Come il film, del resto.

Sotto il mio giardino, il cortometraggio da te realizzato nel 2007 come saggio di diploma per il Centro Sperimentale, ha vinto più di 30 premi internazionali tra cui l’Italian Golden Globe 2009 e il “Looking for a Genius Award” al Babelgum Film Festival durante il Festival di Cannes – con Spike Lee come presidente di giuria. Ci racconti dell’inter produttivo e distributivo? Ti aspettavi un tale successo?
“Sotto il mio giardino” è sicuramente il lavoro che, tra tutti, mi ha dato le maggiori soddisfazioni. Siamo tutti molto orgogliosi di quel cortometraggio. Dal 2007 al 2011 è stato selezionato in più di 100 festival in tutto il mondo, ed è stato un onore ed un piacere “seguirlo”: dall’Australia alla Cina, dall’India alla California, dall’Estonia al Portogallo. I riconoscimenti sono letteralmente piovuti da ogni dove – tranne che dall’Italia, salvo rare eccezioni. Una di queste, seppure in parte, è costituita dall’ italian Golden Globe, nel 2009. Dico “in parte” perché questo ambito premio viene assegnato da una giuria di giornalisti STRANIERI accreditati in Italia. Ad ogni modo questo e, l’anno precedente, il premio di Spike Lee, sono stati riconoscimenti prestigiosi e soprattutto fondamentali in termini di visibilità nell’ambito del cinema indipendente internazionale “corto”. Per ciò che concerne l’iter produttivo, essendo un cortometraggio del Centro Sperimentale, tutte le persone coinvolte erano allievi della scuola: produzione, fotografia, montaggio, suono, scenografia, costumi. Con la supervisione, in tutte le fasi della realizzazione (preproduzione, produzione, postproduzione) di personale e docenti del Centro Sperimentale stesso. Riguardo la distribuzione/promozione, ho fatto praticamente tutto da solo: ho sempre creduto fermamente in questo film e vi ho dedicato anima e corpo per un paio d’anni (oltre al tantissimo tempo e ai tanti soldi investiti) per lanciarlo e renderlo “visibile”. Promuovere un cortometraggio a livello internazionale è una delle cose più difficili che si possano immaginare, specie se si è da soli a dover impostare una strategia fatta di mille possibilità e potenzialmente molto costosa. Ho imparato tantissime cose da quell’ esperienza… certo, sacrificando il tempo che avrei potuto impiegare altrove ma… è come la teoria della coperta: sempre troppo corta. O scopri i piedi e copri il viso o viceversa. Io ho fatto una scommessa…. che, per fortuna, ho vinto.

È stato più semplice inserirsi nel mercato italiano dopo esser stato premiato da Spike Lee e dopo aver lavorato per uno dei più importanti registi italiani?
No. Assolutamente, no. Non è successo proprio nulla. E in tanti mi chiedono come questo sia stato possibile. Anche qui in America mi viene domandato di continuo, quando mi trovo a parlare con qualcuno che conosce il mio percorso. Mi piacerebbe pure rispondere, se non facessi finta di non conoscerne il motivo. La verità è che vorrei evitare, anche in questa sede, di raccontare che in Italia o sei molto fortunato o devi pagare, con la privazione di ogni possibilità, il prezzo di essere una persona onesta, trasparente, lontana da certi ricettacoli politici e con una famiglia irreprensibile alle spalle. Mi si perdoni la volontaria preterizione.

Quali canali hai utilizzato per produrre i tuoi ultimi lavori? È ancora possibile in Italia realizzare un film senza ricorrere all’autoproduzione?
L’autoproduzione è ormai una sorta di prassi. O, meglio, più che l’autoproduzione la ricerca di formule alternative per produrre o distribuire contenuti audiovisivi (film, documentari, serie, videoclip). Il discorso è molto ampio, credo sia assai arduo sviscerarlo in poche righe. Mi viene in mente, però, una recente situazione che potrebbe essere pertinente benchè non direttamente collegata alla domanda. Ultimamente è impazzata, a livello mondiale, una polemica in merito al fatto che Zach Braff si sia finanziato un film attraverso il celeberrimo sistema di crowdfunding “Kickstarter”. La polemica verte sul fatto che per alcuni non è giusto che una persona nota e già inserita nel circuito “Main Stream”, utilizzi strumenti teoricamente concepiti per aiutare i talenti indipendenti, ossia coloro per i quali il crowdfunding potrebbe rappresentare l’unica via possibile per portare a compimento un progetto (anche se va detto che la policy di KS non esclude ciò che Braff ha fatto). I detrattori dell’iniziativa di Braff, tra cui il regista Kevin Smith, sono di questa opinione con la quale anche io, onestamente, mi trovo abbastanza d’accordo. Ora: è un po’ la stessa cosa in Italia con i (pochi) finanziamenti pubblici ai film di “interesse culturale” (qui occorrerebbe aprire un dibattito infinito). Che cosa voglio dire? Che in teoria buona parte dei finanziamenti dovrebbero convergere ed alimentare una speranza di “ricambio”, favorendo, incoraggiando, sovvenzionando anche un cinema realmente indipendente, probabilmente giovane, sicuramente nuovo. E non solo (o quasi) rimpinguare le casse di produzioni e registi che, dopo anni di carriera (spesso onoratissima, non è quello il punto) dovrebbero essere più che in grado di portare a compimento i loro progetti in maniera “autonoma” o in ogni caso senza utilizzare quale appannaggio praticamente esclusivo il “bancomat-Mibac”. Attenzione: non sto dicendo che si debbano destinare fondi Statali alle produzioni emergenti soltanto (che in ogni caso dovrebbero essere meritevoli – e anche qui ci sarebbe da aprire un dibattito), come non ho detto che a Braff doveva essere negata la possibilità di utilizzare KickStarter. Sto solo anelando, anzi “invocando” un minimo di senno, di buon senso… di onestà intellettuale. Tutto qua. “Povero illuso”, sì.

Data la situazione italiana stagnante, sempre più produzioni indipendenti si rivolgono a forme di finanziamento “dal basso”. Credi che internet in generale e il crowdfunding in particolare, sia più un’opportunità o più una necessità?
E’ un’opportunità in ragione del fatto che rappresenta una necessità. Con questo sistema sono stati finanziati progetti veramente interessanti, di ogni tipo, in ogni ambito – che probabilmente non avrebbero visto la luce altrimenti. Navigare in questi siti è un’esperienza davvero meravigliosa. Credo, però, che sia un meccanismo destinato se non a finire del tutto, comunque ad evolversi secondo dinamiche imponderabili e probabilmente non così positive. Siti di crowdfunding stanno proliferando in ogni parte del globo e se questo potrebbe portare ad una serie di ulteriori risorse, in realtà andrà anche a determinare situazioni diametralmente opposte, a scapito dei progetti stessi e del loro possibile, effettivo concepimento, cosa che rappresentava l’iniziale finalità. Un po’ come per ciò che convenzionalmente chiamiamo “l’avvento del cinema digitale” (soprattutto applicato al mondo dei cortometraggi, ormai una ventina di anni fa): si è data la possibilità praticamente a tutti di fare “il cinema” – e questa è una cosa sacrosanta e legittima, fino a qui tutto più che bene. Ma l’altra faccia della medaglia ha previsto uno tsunami vero e propria di immondizia audiovisiva che utilizzava i medesimi canali, è questo è stato assolutamente nocivo per progetti sicuramente assennati finiti con il disperdersi in questo mare.

Hai fatto richiesta e ottenuto il permesso di lavorare negli USA con il visto artistico O-1. Quando hai maturato questa scelta?
L’ho maturata quanto ho iniziato a sospettare che in Italia non sarebbe successo niente. Dunque, poiché poco avvezzo ad inutili piagnistei, ed ancor meno propenso a cedere a compromessi di sorta, il pensiero della “fuga” è ben presto diventato ipotesi concreta e reale. Dopodichè il passo è stato relativamente breve. Gli avvocati americani cui mi ero rivolto mi avevano garantito che con il mio curriculum non avrei avuto problemi, riuscendo ad ottenere il Visto con facilità: una grande opportunità, quindi. Era il 2010, anno in cui ho passato qualche mese a New York. Sarei dovuto partire, secondo quella che era una mia preliminare strategia d’azione, a gennaio 2011. In realtà ho poi ritardato la partenza sperando che le cose potessero in qualche modo ancora cambiare: un anno lungo e pieno di lavoro (non pagato) con fidati collaboratori… “dai che questa volta…”. Con le unghie e con i denti, addirittura per un anno e mezzo, fino a metà 2012, sono rimasto ostinatamente aggrappato a questa labile (patetica) speranza e questo residuo (ridicolo) entusiasmo. Il vero problema, però, è che non è affatto facile prescindere da legami e radici, anche quando un certo distacco è atto inevitabile perché “salutare” e necessario. Ad ottobre 2012 ho poi definitivamente rotto gli indugi iniziando a lavorare sulla pratica per l’ottenimento del Visa. Non nascondo che, come tanti, tantissimi altri connazionali che si sono trasferiti all’estero, sia stata una scelta difficile e sofferta. Sicuramente per me lo è stata e lo dico senza vergogna alcuna… non è naif, non è puerile: è biologico. E questo fa anche incazzare, perché nessuno se ne andrebbe dal nostro paese cui è tanto legato se non ne fosse realmente costretto. Mi sale una terribile amarezza quando, a mente lucida, mi trovo a pensare a tutto ciò. E capita spesso, purtroppo… o per fortuna. Dico per fortuna perché poi chiedo aiuto a Pavese e, tra l’immagine della luna e l’odore dei falò, penso il mio Paese come una mano tesa e non come un pugno chiuso, immaginando davvero che ci sia laggiù qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti.

Quali opportunità lavorative si prospettano per un filmmaker straniero nella capitale del cinema indipendente quale New York?
New York è il posto in cui la prima volta che ci metti piede è come se ci fossi già stato mille volte. Si respirano decenni di grande, grandissimo cinema, in ogni scorcio, in ogni angolo. E’ incredibilmente stimolante. E poi non è solo una città, New York: è davvero uno stato della mente. Truman Capote diceva che qui ci si può nascondere, smarrire definitivamente o scoprire se stessi, per fabbricare un sogno all’interno del quale dimostrare che, dopo tutto, non sei il brutto anatroccolo, ma un essere meraviglioso. Non è la prima volta che vengo nella grande mela. Sapevo un minimo come muovermi e credo di aver iniziato a “giocare” la mia partita in modo consapevole e chirurgico, questa volta. Le possibilità, potenziali, sono tante. Ma, come per il discorso della scuola di cui sopra, dipende da te. Da subito si rileva un’ autentica attenzione da parte di potenziali interlocutori americani. Molti, moltissimi sono attratti dal nostro bagaglio storico, artistico, culturale: fa parte di noi e credo si percepisca, credo che emerga in tutta la sua fierezza. Da ognuno di noi. Questo fa sì che si creino automaticamente una serie di porte su cui bussare, senza dover presentare lo stato di famiglia all’ingresso. La mattina ti svegli con una carica ed un’energia delle quali, personalmente, avevo completamente rimosso il ricordo. La giornata lavorativa, specie se lavori per te stesso e quindi consideri a ragione ogni minuto della tua vita un prezioso investimento da non sciupare, può durare anche 20 ore. Ma non pesa minimanente. Non pesa perché ti viene fornita la consapevolezza di star costruendo il tuo mosaico – base e fondamento della tua esistenza, “di guerriero e sognatore”. E di tutti i guerrieri e sognatori (anche italiani) con i quali condividi la “disperazione” e la tenacia di chi ce la deve fare a tutti i costi.

Torneresti in Italia se ci fossero le condizioni?
Nella misura in cui non me ne sarei mai andato se ci fossero state quelle per rimanere. Ma siamo nella sfera dell’impossibilità oggettiva, al momento. Chissà, forse per i nostri figli (nipoti?) la situazione sarà migliore. E non perché credo in un’istanza di rinnovamento collettivo pronta ad emergere, quanto perché molto più semplicemente confido nell’incoraggiante ineluttabilità del ciclo vitale che prevede, grazie al cielo, un garantito… “ricambio”.

Cosa consigli a un giovane italiano che volesse intraprendere oggi la carriera di regista?
Rispondo con il tono acceso e accorato di chi rivolge continuamente gli stessi consigli anche a se stesso. Se è vero come è vero che “il regista è colui a cui tutti fanno costantemente domande”, io dico: sii il tuo primo interlocutore. Fatti domande. Continuamente. Devi essere sicuro della tua scelta: non è un gioco e se ti accorgi tra 10 anni che era soltanto un fuoco di paglia “perchè Pulp Fiction è una figata e tu pensavi che…”, sarà un bel problema. Assimila dall’Italia e dall’ Europa quanto più possibile in termini di “sensibilità”. Non solo cinematografica. Non aver paura di sapere, di conoscere, di emozionarti. Di piangere davanti ad un film. Guarda il passato ma pensa al futuro: internet non è necessariamente una perdita di tempo, così come non lo sono i social networks, youtube, twitter o certi blogs. Non sei ancora un regista, forse non lo sarai mai. E no, non esistono le mille persone disposte a ricoprirti di soldi dopo aver letto il tuo copione fantastico, con dialoghi fantastici e scene fantastiche che nessuno ha scritto mai. Fatti un bagno di umiltà e ripeti l’operazione 4 volte al giorno: di motivi ne avrai sempre. Cerca di essere l’ultimo dei primi, non il primo degli ultimi. Contornati di persone capaci, di persone che ritieni più brave di te, di persone che ti mettono in imbarazzo, che ti incutono timore. Di fronte alle quali sei in totale soggezione. E ruba da loro, ruba sempre e solo dai migliori: fare il fenomeno con chi non può insegnarti nulla non ha senso: è stupido e infantile. Parla, confrontati, arrabbiati. Ma sii leale, sempre e comunque… e leggi, studia, sii informato, preparato, attento ed onesto con te stesso e con gli altri: vogliamo fare il cinema, non la politica. Viaggia. Soprattutto viaggia da solo: è l’unico modo per evitare di replicare situazioni vecchie in contesti nuovi. Non perdere tempo in stupidaggini che molti alla tua età ritengono prioritarie: se ti trattano come uno sfigato perché ti commuovi con una poesia di Prevert è solo perché certe cose non sono alla loro portata. E non lo saranno mai.
“E soprattutto comprati un berretto da baseball: non esistono registi senza berretti da baseball!” (Steven Spielberg)